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La Città di Dio di Agostino d’Ippona

Cittadini nell’anima

 

 

 

 

La città di Dio di Agostino, vescovo di Ippona, è un testo fondamentale nella storia del pensiero cristiano occidentale, una difesa del cristianesimo contro le accuse di aver causato il declino di Roma e una profonda riflessione sul destino dell’uomo e sulla storia universale.
Agostino iniziò a scrivere La città di Dio nel 413 d.C., tre anni dopo il sacco di Roma da parte dei Visigoti guidati da Alarico. Questo evento fu traumatico per l’Impero Romano e molti pagani attribuirono la catastrofe al rifiuto degli dèi tradizionali in favore del cristianesimo. In risposta, il filosofo elaborò l’idea secondo cui la storia umana fosse un campo di battaglia tra due “città”: la Città di Dio e la città terrena (o città del diavolo), che si contendono le anime degli uomini.
Agostino propone un modello della storia profondamente radicato nella teologia cristiana, che si discosta dalle interpretazioni classiche e pagane del suo tempo. Ritiene, infatti, che la storia non sia un ciclo di ascese e cadute senza significato o un semplice sfondo per le gesta umane, ma un palcoscenico su cui si svolge un dramma divino. Questa visione lineare e teleologica è guidata dalla volontà del Signore e orientata verso una conclusione definita: la realizzazione del regno di Dio. Secondo Agostino, ogni evento storico, comprese le calamità e le tragedie, dev’essere visto come parte del disegno provvidenziale divino. Tale approccio rassicura i credenti, suggerendo che, nonostante le apparenze, tutto contribuisce al bene ultimo dell’umanità sotto la sovranità di Dio. Ciò infonde un senso di speranza e scopo, in quanto la storia non è caotica o arbitraria, ma ha una direzione e un significato imposti da Dio.
L’opera di Agostino è celebre soprattutto per la sua distinzione tra due città metaforiche: la Città di Dio e la città terrena. Queste non sono località geografiche, ma rappresentazioni di due modi di esistenza, due ordini d’amore e due destini eterni.
La Città di Dio è caratterizzata dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé. Gli abitanti di questa città amano Dio sopra ogni cosa e il loro amore è disinteressato e puro. Seguono le leggi divine e cercano la pace eterna, che viene solo da Dio. La Città di Dio non è limitata al cielo o alla vita dopo la morte; inizia nel cuore dei credenti qui sulla terra e si estende all’eternità. È una comunità fondata sulla fede, la speranza e la carità.
La città terrena, invece, è dominata dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio. Gli abitanti di questa città pongono se stessi e i loro desideri al di sopra di tutto, cercando potere, ricchezza e successo mondani. Questa città simboleggia la corruzione, l’avidità e l’orgoglio umano e sarà inevitabilmente destinata alla distruzione. Agostino chiarisce che le due città si intrecciano nella storia umana; i loro abitanti vivono fianco a fianco, spesso indistinguibili l’uno dall’altro, ma i loro destini sono opposti.
La distinzione tra le due città permette ad Agostino di interpretare la storia umana come una lotta morale e spirituale, piuttosto che solo politica o militare. Ogni individuo, ogni comunità e ogni evento possono essere valutati in base a questa dualità, offrendo una chiave interpretativa che va oltre il visibile e il temporaneo.


L’opera è divisa in due parti, distinte ma interconnesse. Nei primi dieci libri, il teologo critica la religione pagana e la storia romana, demolendo l’idea che la grandezza di Roma fosse legata al favore degli dèi pagani. Qui Agostino utilizza la sua vasta erudizione e argomentazioni filosofiche per dimostrare la superiorità morale e teologica del cristianesimo. I libri 1-5 costituiscono una risposta alle accuse che i pagani rivolgevano ai cristiani, attribuendo loro la colpa delle sfortune di Roma, inclusi il sacco del 410 e altri disastri. Agostino ripercorre la storia di Roma, evidenziando come catastrofi simili si fossero verificate anche in epoche di devozione agli dèi pagani. Inoltre, riflette sulla natura della vera giustizia e sulla caducità dei beni terreni. Nei libri 6-10 continua la sua critica della religione romana, discutendo la natura degli dèi gentili e la loro inadeguatezza a fornire una guida morale o a garantire il benessere della comunità. Confronta poi le virtù praticate dai cristiani con quelle dei romani, sostenendo che le cristiane siano superiori perché radicate nell’amore per Dio piuttosto che nella ricerca della gloria terrena. Nei successivi dodici libri espone la sua visione teologica della storia quale dramma cosmico tra bene e male, introducendo concetti che saranno poi fondamentali per la teologia cristiana, come la predestinazione e la grazia divina. I libri 11-14 trattano delle origini delle due città, la città di Dio e la città terrena. Agostino esamina la storia biblica, da Adamo fino al diluvio e all’Alleanza di Dio con Abramo, interpretando questi eventi come manifestazioni del conflitto tra l’amore per Dio (che definisce la Città di Dio) e l’amore per sé (che definisce la città terrena). Nei libri 15-18 l’analisi si sposta sulla storia di Israele e sulle sue figure chiave, come Davide e i profeti, che Agostino intende quali prefigurazioni di Cristo e della Chiesa. Questa parte illustra come la Città di Dio si sia sviluppata e mantenuta attraverso la storia ebraica, nonostante la corruzione e le cadute periodiche. Nei libri 19-20 vaglia il fine ultimo delle due città. Il libro 19 è famoso per la sua trattazione della natura della pace, che definisce come “la pace dei cieli”, superiore e diversa da qualsiasi pace terrena. Il libro 20 tratta della resurrezione dei morti e del Giudizio Finale, momenti in cui le sorti delle due città saranno eternamente decise. Infine, gli ultimi due libri, 21 e 22, mostrano le pene eterne che attendono gli abitanti della città terrena e le beatitudini eternamente godute dagli abitanti della Città di Dio, descrizioni adottate per esortare i lettori a cercare la città celeste e a vivere una vita in conformità con i valori cristiani.
L’influenza di La città di Dio si estende ben oltre il contesto religioso, ispirando anche la filosofia politica e la teoria del diritto. L’opera ha contribuito alla formazione della concezione medievale del regno di Dio sulla terra e ha edificato una base per la teologia della storia, che vede gli eventi umani sotto la guida della provvidenza divina. La città di Dio non è solo un’apologia del cristianesimo in un’epoca di crisi ma anche un profondo esame del significato della storia e del destino umano. La dualità tra la città celeste e quella terrena costituisce una potente metafora della lotta eterna tra bene e male, riflettendo le ansie e le speranze di un’epoca in trasformazione. Attraverso questo testo, Agostino difende la sua fede ma traccia anche una mappa per la comprensione cristiana del mondo che resisterà per secoli.

 

 

 

 

Julius Evola cinquant’anni dopo la morte
(11 giugno 1974)

 

 

 

Julius Evola (1898-1974) è stato uno dei filosofi italiani più controversi del XX secolo, noto per le sue posizioni radicali e la sua visione del mondo che abbraccia il tradizionalismo e il misticismo. Pensatore poliedrico, le sue opere spaziano dalla filosofia alla metafisica, dalla critica culturale alla storia delle religioni. La sua eredità intellettuale continua a suscitare dibattiti sia in ambito accademico che politico.
Giulio Cesare Andrea Evola, conosciuto come Julius, nacque a Roma, il 19 maggio 1898. Dopo aver frequentato il liceo classico, si iscrisse alla facoltà di Ingegneria, che abbandonò per dedicarsi alla pittura e alla letteratura. Durante la sua giovinezza, fu influenzato dai movimenti avanguardistici e dal dadaismo, prima di rivolgersi definitivamente alla filosofia e alla spiritualità.
Il pensiero di Evola è caratterizzato da una forte critica della modernità e da un ritorno ai valori tradizionali e aristocratici. Si opponeva al materialismo, al razionalismo e al progressismo, che considerava responsabili della decadenza dell’Occidente. La sua filosofia si fonda su principi chiave, quali la tradizione, vista come antidoto alla disgregazione moderna e considerata un insieme di principi eterni e universali, trasmessi attraverso le civiltà antiche e le grandi religioni; il superamento dell’Io, influenzato dalle filosofie orientali e dall’esoterismo, sosteneva la necessità di superare l’ego individuale per raggiungere una dimensione spirituale superiore; gerarchia e ordine, una società ideale deve essere gerarchica e ordinata, guidata da un’élite spirituale e aristocratica, vedendo nell’epoca medievale un esempio di tale struttura contrapposta al livellamento democratico moderno; simbolismo e misticismo, cui attribuiva grande importanza come vie per comprendere la realtà trascendente.


Tra le sue opere principali, Rivolta contro il mondo moderno (1934), in cui delinea una critica radicale della civiltà moderna e propone un ritorno ai valori tradizionali; Metafisica del sesso (1958), dove esplora la dimensione spirituale della sessualità vista come un mezzo per raggiungere stati superiori di coscienza; Il cammino del cinabro (1963), un’autobiografia intellettuale in cui riflette sulla sua vita e sulle sue opere, offrendo una visione d’insieme del suo percorso filosofico; Cavalcare la tigre (1961), un manuale di sopravvivenza spirituale per l’individuo moderno, in cui consiglia come affrontare la crisi dei tempi a lui presenti senza compromessi con il decadimento.
L’influenza di Evola si estende ben oltre il suo tempo, avendo avuto un impatto significativo su vari movimenti tradizionalisti, spirituali e politici. Tuttavia, la sua vicinanza a ideologie estremiste e il suo coinvolgimento con il fascismo hanno sollevato numerose controversie e critiche. Rimane comunque una figura polarizzante, il cui pensiero continua a essere studiato e reinterpretato. La sua critica alla modernità e il richiamo a valori trascendenti trovano ancora risonanza in certi ambienti intellettuali e spirituali, dimostrando la perenne attualità delle sue riflessioni.

 

 

 

Monadologia di Gottfried Wilhelm Leibniz

Monade, uno e tutto

 

 

 

 

Pagina manoscritta di Leibniz

Monadologia, scritta nel 1714 e pubblicata postuma nel 1720, è certamente l’opera filosofica più influente di Gottfried Wilhelm Leibniz, filosofo, matematico e scienziato tedesco. Si colloca nel contesto del razionalismo del XVII secolo, un periodo in cui la filosofia e la scienza tentavano di spiegare l’universo anche attraverso il principio di ragion sufficiente e l’uso della logica e della matematica.
Monadologia presenta una metafisica molto originale, con l’introduzione del concetto di monade, entità semplice e indivisibile, che costituisce tutto l’esistente. Ogni monade è una sostanza semplice, senza parti, che esiste indipendentemente da altre monadi. Nonostante, quindi, l’indipendenza e isolamento metafisico, ciascuna monade riflette l’intero universo, in un modo unico alla propria prospettiva particolare. Ciò implica che le monadi non possano influenzarsi fisicamente l’una con l’altra, poiché sono sincronizzate in una maniera non causale, attraverso l’armonia prestabilita da Dio.
Leibniz distingue diversi tipi di monadi, classificandole in base alle loro capacità percettive e cognitive. Questa differenziazione è fondamentale per comprendere come il filosofo concepisca l’organizzazione gerarchica del cosmo, dalla materia inanimata alle anime umane e agli angeli. Le monadi entelechiali o semplici sono quelle più basiche e rudimentali. Caratterizzate da percezioni molto confuse, che non permettono una consapevolezza distinta o riflessiva, sono associate alle entità inanimate, come le pietre e i minerali, e sono poste al livello più basso della scala ontologica, la pura esistenza potenziale o “entelechia” in forma basilare. Le monadi animate o anime possiedono percezioni più chiare e distinte rispetto a quelle entelechiali. Non solo percepiscono, ma sono anche capaci di memoria, il che permette loro una forma minima di consapevolezza temporale. Le monadi animate corrispondono agli animali e differiscono dalle semplici monadi entelechiali per la loro capacità di rispondere in modo più complesso agli stimoli esterni. Le monadi razionali o spiriti, invece, si collocano al livello più elevato nella gerarchia e sono associate agli esseri umani e agli spiriti puri, come gli angeli. Queste monadi non solo hanno percezioni chiare e distinte, ma possiedono anche la ragione, la capacità di riflettere su se stesse e di riconoscere le verità etiche e universali. Queste facoltà permettono alle monadi razionali di essere consapevoli delle leggi immutabili dell’universo e di comprendere il proprio posto nel grande ordine delle cose. La monade suprema, Dio, possiede una infinita capacità di percezione e il potere di prevedere tutti gli eventi dell’universo. Dio differisce da tutte le altre monadi in quanto è l’origine dell’armonia prestabilita, coordinando le relazioni tra tutte le monadi senza alcuna interazione causale diretta tra loro. La monade divina è causa ultima e spiegazione di tutto ciò che esiste, mantenendo il cosmo in un ordine perfetto e razionale.
Ciascuna monade è poi caratterizzata da due qualità principali: percezione e appetizione. La percezione è la rappresentazione interna dello stato dell’universo che ogni monade contiene; l’appetizione è la forza che spinge ogni monade a passare da una percezione all’altra, guidando il suo sviluppo e la sua evoluzione. Le monadi cambiano i loro stati interni non a causa di interazioni esterne, ma a causa dei principi interni che guidano la loro evoluzione.

Questa gerarchizzazione delle monadi consente a Leibniz di spiegare sia la varietà dell’esistenza che l’unità dell’universo. Attraverso questa struttura, egli propone un modello organico dove ogni livello di esistenza contribuisce all’intero, in un modo che riflette la perfezione e la saggezza divine. Le diverse capacità delle monadi, dalla semplice percezione alla piena razionalità, mostrano come l’universo di Leibniz sia profondamente interconnesso e finalizzato, con ogni monade che gioca il suo ruolo specifico all’interno dell’armonia generale.
Uno degli aspetti centrali della filosofia di Leibniz è il principio di ragione sufficiente, secondo cui nulla accade senza una causa o una spiegazione. Tale principio è strettamente legato al cosiddetto ottimismo leibniziano, espresso nella famosa affermazione, “viviamo nel migliore dei mondi possibili”. Il filosofo, infatti, sostiene che, data la sapienza e la bontà di Dio, il mondo esistente sia il migliore che potesse creare, nonostante la presenza del male e del dolore.
Monadologia si può dividere in tre sezioni principali: Principi metafisici generali; Natura e qualità delle monadi; Dio e l’ordine dell’universo, strutturate in una serie di brevi paragrafi, ciascuno dei quali sviluppa un aspetto del sistema filosofico leibniziano. Il filosofo comincia delineando i postulati fondamentali della sua filosofia, l’esistenza delle monadi e il principio di ragione sufficiente. La seconda sezione dettaglia la natura interna delle monadi, il loro funzionamento e come queste riproducano l’universo. La terza esplica il ruolo di Dio quale monade suprema, che contiene le ragioni ultime di tutte le cose e ha creato e organizzato l’universo. Nella parte finale, approfondisce come la sua teoria delle monadi influenzi la comprensione dell’etica, del destino dell’anima umana e la giustizia divina.
La struttura di Monadologia riflette l’intento dell’Autore di offrire una visione coerente e compatta del cosmo. Il suo sistema filosofico risponde alle domande metafisiche sulla natura della realtà, offrendo anche una base per affrontare questioni di etica e teologia in modo razionale e ottimista. La visione di un universo ordinato e determinato da una divinità benevola fornisce una giustificazione filosofica per l’accettazione del destino e per l’impegno nel perseguire il bene, in accordo con l’ordine divino.
Monadologia ha avuto un impatto significativo sulla filosofia e su altre discipline quali la teologia, la scienza e la matematica. Quest’opera di Leibniz rimane una delle più profonde e complesse del periodo moderno. La capacità di sintetizzare questioni di metafisica, teologia ed etica sotto un unico sistema coesivo dimostra la genialità del filosofo e il suo duraturo impatto sullo sviluppo del pensiero occidentale. Attraverso la sua lettura, ci si trova di fronte a una visione del mondo che sfida la comprensione della realtà e del posto dell’uomo in essa, rendendola lezione essenziale per chiunque sia interessato alla filosofia e alla sua storia.

 

 

 

 

La nascita, nell’Europa medievale, delle scuole laiche
e delle Università, interpretata in maniera molto singolare

 

 

 

Tratto dal mio “La Letteratura Italiana – Dalle origini al primo Novecento”, Eurilink University Press, 2022, pp. 42-43

 

“…Verso la metà dell’XI secolo, tuttavia, qualcosa cominciò a cambiare. Qualcuno decise di mettersi in concorrenza con la Chiesa. “Perché devono essere solo loro a insegnare, a scegliere le materie e i programmi? Perché la Bibbia deve essere l’unico manuale in uso di storia, geografia, letteratura, lingua, psicologia, fisica, chimica, architettura, ingegneria, astronomia, religione e pure educazione fisica?”.
Molti uomini, allora, estranei ai ranghi ecclesiastici, quando si incontravano all’osteria, la sera, dopo cena, cominciarono a discutere di filosofia aristotelica la quale, anche attraverso le traduzioni e i commenti dei dotti arabi Avicenna e Averroè, era giunta in Occidente. Così, parla oggi, discuti domani, leggiti il libro per dopodomani, i conversanti aumentavano sempre di più. Gli osti facevano affari d’oro, perché avevano messo la consumazione obbligatoria e, quando si faceva tardi, fittavano pure qualche camera per la notte con la prima colazione compresa. La cuccagna, per i gestori di osterie e taverne, però, durò poco. Ben presto, in tanti decisero di riunirsi in luoghi più adatti alle discussioni, alla lettura e allo studio.
Ed ecco che nacquero le Università e, in due secoli, dall’XI al XIII, ne sorsero in tutta Europa. Ogni città importante aveva la propria. Vi si poteva studiare la filosofia, le lettere, il diritto e le cosiddette arti liberali, fondamento di tutta l’istruzione dei secoli precedenti: la grammatica, la retorica, la dialettica, la musica, l’astronomia, l’aritmetica e la geometria. Tutto era molto ben organizzato: gli studenti, dopo aver letto i testi consigliati dai maestri, sceglievano quale corso seguire e in che materia diventare dotti.
Essi, inoltre, erano liberi di discettare con i docenti, senza dover sostenere esami, né scritti, né orali, ma, semplicemente, confrontando il loro pensiero con quello degli antichi, come, ad esempio, Aristotele e tanti altri, e con i compagni di banco. Era, dunque, un metodo di insegnamento e apprendimento molto particolare. Se oggi fosse ancora così, molti studentelli ne approfitterebbero e non imparerebbero un bel niente…”.

 

 

 

La Summa Theologiae di Tommaso d’Aquino

Dio, il mondo e l’uomo

 

 

 

 

La Summa Theologiae, composta da Tommaso d’Aquino tra il 1265 e il 1274, è senza dubbio uno dei capolavori più influenti della filosofia e della teologia medievale. Quest’opera monumentale, infatti, riflette la profondità del pensiero del suo autore e la complessità delle questioni filosofiche e religiose del Medioevo.
Tommaso d’Aquino, teologo e filosofo dell’Ordine Domenicano, intraprende la stesura della Summa con l’intento di creare un compendio teologico che fosse educativo ed esaustivo per quanti cercassero risposte alle questioni della fede e dell’esistenza. L’opera è divisa in tre parti principali, che trattano di Dio, della creazione e della cristologia; della natura umana, della morale e della legge; e, infine, dei sacramenti e dell’escatologia.

Prima Parte: Dio e la creazione
Questa parte della Summa, contenente 119 questioni, si concentra sulla natura e gli attributi di Dio, sulla creazione del mondo e sulla natura degli angeli. Approfondisce l’esistenza e la natura di Dio attraverso le famose cinque vie per provarne l’esistenza, argomentazioni filosofiche che deducono l’esistenza di Dio contemplando aspetti del mondo naturale come il movimento, le cause, la necessità, i gradi di perfezione e l’ordine del mondo. La prima via è costituita dal cosiddetto “motore immobile”, di palese derivazione aristotelica. Tommaso osserva che tutto nel mondo naturale è in movimento, il che implica una progressione di movimenti o cambiamenti e che ogni movimento dev’essere causato da un altro movimento o motore. Tuttavia, per evitare un regresso all’infinito, deve esserci un “primo motore” non mosso da null’altro. Questo primo motore è Dio. La seconda via riguarda le cause efficienti. In natura, c’è un ordine di cause efficienti (le cause che innescano un evento). Analogamente al primo argomento, non è possibile procedere all’infinito in questa catena di cause, perché non ci sarebbe una causa prima. Pertanto, deve esistere una prima causa efficiente, Dio. La terza via sonda l’esistenza di cose possibili, che possono esistere e non esistere. Tutto ciò che è possibile ha un tempo in cui non esiste. Se tutto fosse possibile, ci sarebbe stato un tempo in cui nulla esisteva, ma se questo fosse vero, nulla potrebbe esistere ora, perché ciò che non esiste non può causare l’esistenza di sé stesso o di qualcos’altro. Quindi, deve esistere qualcosa di necessario, esistente per sua natura e non per causa di altro, Dio. La quarta via si fonda sui gradi di perfezione osservati nelle cose. Le cose nel mondo possono essere più o meno buone, vere, nobili, eccetera. Questi gradi presuppongono l’esistenza di un massimo, il culmine di tutte queste proprietà, che è “il più vero”, “il più buono” e così via. Questo massimo in ogni genere deve essere la causa di tutte queste perfezioni e, quindi, Dio. La quinta via deriva dall’ordine naturale del mondo, dove tutto agisce secondo una legge e un ordine, anche gli enti privi di conoscenza come i corpi naturali. Quest’ordine non può essere dovuto al caso, ma deve essere diretto da qualcosa dotato di conoscenza e intelligenza, un essere intelligente che guida tutte le cose al loro fine, Dio. Tommaso tratta poi la dottrina della Trinità, spiegandone il mistero attraverso l’uso della ragione umana fino ai limiti consentiti dalla teologia. Infine, discute della creazione, incluso il ruolo degli angeli, e della distinzione tra essenze ed esistenze nelle creature.

Seconda Parte: Etica e umanità
Questa parte è suddivisa in due sezioni (Prima Secundae e Secunda Secundae), in cui sono esposti, rispettivamente, i principi generali della morale e le virtù specifiche. Presenta, in totale, 303 questioni. La Prima Secundae indaga l’ultimo fine dell’uomo, gli atti umani, le passioni, le abitudini, le virtù e i vizi e la legge. Uno dei concetti chiave è quello della legge naturale, che postula l’esistenza di una legge morale universale basata sulla natura e la ragione. La Secunda Secundae esamina le virtù teologali (fede, speranza, carità), le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza) e i doni dello Spirito Santo. Ogni virtù è approfondita dettagliatamente in una serie di questioni che ne indagano la natura, l’importanza e le implicazioni pratiche.

Terza Parte: Cristo e i sacramenti
La terza parte, comprendente 90 questioni e incompleta a causa della morte dell’Autore, è stata parzialmente compilata dai suoi studenti e da altri teologi medievali. Si concentra sulla vita e la missione di Cristo e sui sacramenti della Chiesa. Tratta della natura e del ruolo di Cristo, mediatore tra Dio e l’umanità, e della sua incarnazione, vita, atti e sacrificio salvifico. Vaglia poi la natura, il numero, gli effetti e i particolari di ciascuno dei sacramenti, con peculiare attenzione all’Eucaristia, intesa quale sacramento che delinea il culmine dell’intervento salvifico di Dio nell’umanità.

Ogni questione nella Summa si apre con una serie di obiezioni, che sollevano dubbi o quesiti riguardo all’argomento trattato, seguite da un “sed contra”, che offre un’antitesi basata sulla Scrittura o sull’autorità dei Padri della Chiesa, a cui Tommaso risponde con la “Respondeo”, esponendo la sua visione, seguita da repliche alle obiezioni iniziali. Questa struttura metodica facilita la comprensione degli argomenti, permettendo un dialogo costante tra differenti punti di vista.
Il contributo filosofico della Summa Theologiae è immenso. Tommaso armonizza il pensiero aristotelico con la dottrina cristiana, mostrando un notevole equilibrio tra ragione e fede. La sua trattazione dell’essere e dell’essenza, delle cause e delle prove dell’esistenza di Dio risultano essere veri pilastri della filosofia occidentale. Il filosofo si fa promotore di un realismo moderato, sostenendo che, sebbene le verità divine superino la ragione umana, vi siano verità accessibili e comprensibili attraverso la ragione naturale.
L’impatto della Summa Theologiae sulla filosofia e teologia cristiana è stato duraturo e profondo. L’opera non solo ha formato generazioni di teologi e filosofi, ma ha anche influenzato direttamente il pensiero della Chiesa Cattolica. La chiarezza con cui Tommaso tratta questioni complesse e la sua capacità di sintetizzare la fede e la ragione continuano a renderlo un punto di riferimento essenziale per gli studiosi contemporanei.
La Summa Theologiae rimane una delle opere più importanti e influenti nella storia del pensiero occidentale. Il suo approccio equilibrato e metodico alle questioni di fede e ragione, morale e teologia, rappresenta un monumento all’intelletto umano e alla ricerca della verità.

 

 

 

 

De consolatione Philosophiae di Severino Boezio

Panacea di Filosofia

 

 

 

Negli avvolgimenti del destino beffardo, tra le fredde mura di una cella, un uomo attende il suo tramonto. Severino Boezio, nel silenzio oppressivo della prigionia, tesse una corona di riflessioni, il De consolatione Philosophiae, composto intorno all’anno 524 d.C., dialogo tra la sua mente afflitta e Filosofia, personificata e pietosa. In questo abbraccio letterario, il filosofo romano biasima le sue angosce e si eleva al di sopra delle volubili fortune terrene.
Con sublime eleganza, l’Autore intreccia prosa e poesia, dando vita a un’opera bicefala che palpita di sapere classico e domande senza tempo. La metrica è un rifugio dove il ritmo pacato delle strofe contrasta il tumulto dell’anima, un luogo dove la melodia del verso si fa balsamo per le ferite dell’esistenza.
Filosofia, maestra di antiche verità, si rivela a Boezio come una figura materna, dispensatrice di conforto e saggezza. Nei suoi cinque libri, l’opera percorre la caducità dei beni terreni, l’illusorietà del potere e della posizione sociale, conducendo il lettore in un percorso di purificazione intellettuale. La giustizia del mondo è messa in discussione, sfidando l’osservatore a riconsiderare la vera fonte della felicità umana.
Il primo libro inizia con Boezio che si lamenta della sua sorte crudele. Egli è personaggio e narratore e scrive di come la sua fortuna abbia preso una svolta negativa, nonostante il suo servizio fedele e virtuoso. Mentre si immerge nella malinconia, la figura allegorica di Filosofia appare. Ella lo rimprovera per il suo atteggiamento autocommiserativo e inizia a curare le sue ferite intellettuali e spirituali.
Nel secondo libro, Filosofia discute la natura inaffidabile della fortuna. Essa viene personificata come una donna capricciosa, che distribuisce beni e rovesci senza merito o logica. Il dialogo si concentra sul concetto di fortuna come una ruota che gira indiscriminatamente, portando alternativamente gioia e dolore. Qui, Boezio è guidato a comprendere che la ricerca della vera felicità non possa dipendere da qualcosa di così instabile e transitorio come la fortuna materiale.
Il terzo libro è il cuore filosofico dell’opera, dove si discute la vera natura della felicità. Filosofia sostiene che la vera felicità possa essere trovata solo interiormente, attraverso la virtù e la saggezza, e non nei beni esterni come la ricchezza, il potere o la posizione sociale. Boezio riflette sul fatto che l’uomo felice sia colui che si affida alla propria anima e alla bontà interna, indipendente dalle circostanze esterne.
Nel quarto libro è affrontata la questione della provvidenza e del fato. Boezio si confronta con il problema del male e la giustizia divina, interrogandosi su come possa esistere l’ingiustizia in un mondo governato da un dio benevolo e onnisciente. Filosofia lo guida a distinguere tra la provvidenza, il piano divino onnisciente e benevolo e il Fato, l’ordine delle cause terrene che si svolge sotto la provvidenza.

L’ultimo libro tratta ulteriormente delle relazioni tra libero arbitrio e predestinazione, affrontando le complesse interazioni tra volontà umana e disegno divino. Boezio viene condotto alla conclusione che, pur essendo l’universo ordinato sotto la guida della provvidenza, gli esseri umani hanno la capacità di scegliere liberamente all’interno di questo sistema. Questa parte culmina con una riflessione sulla capacità dell’uomo di raggiungere la virtù attraverso la scelta libera, nonostante il destino apparentemente predeterminato.
Il filosofo, con la penna come stilo del pensatore, argomenta contro la miseria del materialismo e propone un ritorno all’ordine cosmico in cui il Bene supremo governi incontrastato. La ruota della Fortuna gira, indiscriminata, e in questo moto perpetuo l’uomo saggio deve ricercare la stabilità non nelle ricchezze fugaci, ma nell’armonia dell’anima conforme alla ragione universale.
La dualità tra il disegno divino e la libera volontà umana danza attraverso le pagine, un balletto filosofico che invita a una riflessione profonda sul ruolo dell’individuo nell’universo. Boezio, con paziente elegia, intona un inno alla predestinazione e al libero arbitrio, elementi conciliati sotto lo sguardo onnisciente della provvidenza.
De consolatione Philosophiae non rappresenta soltanto il testamento spirituale di un uomo di fronte alle ingiustizie della Fortuna, ma anche un capolavoro letterario che ha incantato lettori e pensatori attraverso i secoli. L’opera si erge come un faro di lucidità in un mare di incertezze, un ponte tra il pensiero antico e le questioni etiche dell’esistere contemporaneo.
In questa danza tra destino e libero arbitrio, tra contemplazione e lamentazione, Boezio ci consegna un messaggio eterno: la vera consolazione risiede nella sapienza, luce immutabile che guida l’umanità attraverso le tempeste della vita. Con De consolatione Philosophiae, il filosofo non solo ha scritto una lettera di addio al mondo terreno, ma ha offerto un orizzonte di speranza che continua a brillare, inalterato, oltre i confini del tempo.

 

 

Il Satiro danzante

 

 

 

Il Satiro danzante, scultura in bronzo risalente al periodo ellenistico, raffigura la quintessenza della bellezza e dell’angoscia della civiltà antica. La scoperta della statua risale al luglio 1997, quando il peschereccio “Capitan Ciccio”, appartenente alla flotta di Mazara del Vallo, ripesca casualmente la gamba di una scultura in bronzo dal fondo del Canale di Sicilia. Nella notte tra il 4 e il 5 marzo 1998, poi, lo stesso peschereccio riesce a recuperare gran parte del resto della scultura da una profondità di 500 metri, sebbene, durante l’operazione, venga perso un braccio. Quest’opera ci giunge dal passato come messaggero silenzioso di una cultura ormai svanita, eppure perennemente presente nelle sue creazioni immortali.
Il satiro, raffigurato in un momento di estasi frenetica, sembra sospeso in un istante di perpetua danza, con il capo riverso all’indietro, gli occhi chiusi, come rapito da una visione divina. Il corpo atletico e muscoloso, catturato in una torsione dinamica, racconta la maestria degli scultori ellenistici nel raffigurare il movimento con una vividezza quasi palpabile. La superficie del bronzo, patinata dal tempo e dall’acqua salata, aggiunge una dimensione ulteriore alla bellezza melanconica della statua, suggerendo un dialogo ininterrotto tra l’opera e gli elementi naturali che l’hanno custodita per secoli.
La genesi storica di questo capolavoro si colloca in un’epoca di grandi fermenti culturali e artistici, quando l’arte ellenistica, spinta dai contatti con altre civiltà del Mediterraneo, si avventurava nei territori inesplorati della rappresentazione umana. I satiri simbolizzavano l’energia primordiale della natura e l’abbandono ai piaceri sensoriali, in contrasto con l’ordine razionale della civiltà. Il loro ruolo nei rituali dionisiaci, che celebravano il dio del vino e dell’ebbrezza, rifletteva una dimensione filosofico-religiosa di trasgressione e liberazione, un ritorno alle radici istintuali dell’essere umano.

 

Satiro danzante (IV-II sec. a.C.), Mazara del Vallo, Museo del Satiro danzante

 

Il Satiro danzante è un’opera intrisa di significati che si intrecciano tra il mondo mitologico, religioso e filosofico dell’antica Grecia. Approfondire questi significati ci permette di comprendere meglio l’essenza di questa scultura e il suo valore simbolico.
Il satiro è una figura mitologica greca, una creatura metà uomo e metà capro, associata al culto di Dioniso. I satiri esprimono gli aspetti più selvaggi e incontrollati della natura umana, incarnando il desiderio, l’ubriachezza e la libertà dalle convenzioni sociali. La danza frenetica del Satiro danzante evoca il thiasos, il corteo dionisiaco, in cui i seguaci del dio, in preda all’estasi, celebravano con danze, canti e riti orgiastici. Questa rappresentazione mitologica sottolinea l’importanza del caos e della spontaneità come elementi essenziali della vita.
Dal punto di vista religioso, il Satiro danzante è un simbolo della connessione tra l’uomo e il divino. Le danze dionisiache erano viste come un mezzo per trascendere la realtà quotidiana e avvicinarsi al mondo degli dèi. Dioniso rappresentava una via di fuga dalle restrizioni della società e della razionalità. I riti a lui dedicati erano momenti di rottura delle norme, dove gli individui potevano sperimentare una fusione con la natura e con il divino. La figura del satiro, in questo contesto, diventa un intermediario tra l’umano e il sacro, una testimonianza vivente della potenza trasformatrice del dio.
Filosoficamente, il Satiro danzante raffigura il dualismo intrinseco dell’esistenza umana. La Grecia ellenistica, con il suo crescente interesse per l’individualità e l’esperienza soggettiva, rifletteva spesso nelle sue opere d’arte la tensione tra opposti. Il satiro, con la sua duplice natura, simboleggia la lotta continua tra ragione e istinto, tra ordine e disordine, tra civiltà e natura. Questa scultura ricorda che l’essere umano è un’entità complessa, che cerca costantemente di bilanciare queste forze contrastanti. La danza del satiro, quindi, non è solo espressione di gioia sfrenata, ma anche meditazione sulla condizione umana e sulla ricerca di armonia tra i diversi aspetti del sé.
Infine, il Satiro danzante può essere inteso come simbolo esistenziale, che parla della fragilità e della bellezza della vita umana. La sua postura dinamica e il suo movimento fissato nel bronzo suggeriscono un momento di intensa vitalità, ma anche di transitorietà. Come la danza, la vita è effimera, un flusso continuo di esperienze che si susseguono e si dissolvono. Il Satiro danzante invita a riflettere sull’esistenza umana, sulla necessità di abbracciare ogni momento con pienezza, pur nella consapevolezza della sua inevitabile fine. Racchiudendo in sé una molteplicità di significati, che vanno oltre la sua mera apparenza, offre un’immagine potente e malinconica della condizione umana, dell’eterna ricerca di senso e dell’incessante danza della vita.

 

 

 

Il Trattato sulla Tolleranza di Voltaire

La ragione contro la violenza

 

 

 

Il Trattato sulla tolleranza di Voltaire, composto nel 1763, costituisce certamente uno dei testi più emblematici e incisivi del pensiero illuminista e si presenta quale appello appassionato alla tolleranza religiosa. La sua stesura è strettamente legata al caso Calas e ad altri casi simili, che suscitarono grandi dibattiti in tutta Europa. Voltaire, profondamente colpito dall’ingiustizia subita da Calas e dalla sua famiglia, utilizzò questo episodio per criticare l’intolleranza religiosa e la barbarie delle leggi che permettevano tale ingiustizia. L’opera, quindi, non solo ha contribuito a scuotere l’opinione pubblica dell’epoca, ma ha anche avuto un impatto significativo nel processo di riabilitazione postuma di Calas e degli altri, mostrando il potere della letteratura come strumento di critica sociale e di cambiamento.
Jean Calas, un mercante di stoffe protestante di Tolosa, fu accusato ingiustamente di aver ucciso suo figlio Marc-Antoine, nel 1761. Si sospettava che il motivo dell’omicidio fosse impedire al giovane di convertirsi al cattolicesimo, dato che la famiglia Calas era di fede ugonotta, in un’epoca e in una regione dominate dalla Chiesa cattolica. Nonostante la mancanza di prove, Calas fu torturato, giudicato e, infine, giustiziato, nel 1762. Voltaire, indignato, divenne attivamente coinvolto nel caso, scrivendo e facendo pressioni per la sua revisione, che culminò nella riabilitazione postuma di Calas, nel 1765. Simile al caso Calas, quello della famiglia Sirven. Pierre-Paul Sirven e sua moglie furono accusati dell’omicidio della loro figlia maggiore, che si era suicidata dopo essere stata forzatamente internata in un convento per convertirsi al cattolicesimo. La famiglia Sirven fu costretta a fuggire in Svizzera per evitare la stessa sorte di Calas. Anche in questo caso, Voltaire intervenne, aiutando i coniugi a ottenere un nuovo processo, che alla fine portò alla loro assoluzione, nel 1771. Il caso di La Barre, invece, rappresenta uno degli episodi più tragici di intolleranza religiosa nell’era pre-rivoluzionaria francese. François-Jean Lefebvre de La Barre, un giovane aristocratico, fu accusato di blasfemia e di irriverenza verso la religione cattolica, per non essersi tolto il cappello, non mostrando così rispetto, durante una processione religiosa, e per possedere un libro considerato sacrilego, il Dizionario Filosofico, proprio di Voltaire. Nel 1766, La Barre fu condannato a morte: torturato, decapitato e il suo corpo bruciato insieme al libro di Voltaire.

Questi casi, trattati da Voltaire in questa sua opera, non sono solo esempi storici di ingiustizia; sono anche potenti richiami all’importanza della tolleranza religiosa e della libertà personale. Voltaire adopera queste storie tragiche per criticare la collaborazione tra potere giudiziario e autorità religiose nel vessare le minoranze e imporre una conformità ideologica.
Il filosofo mostra come le dispute teologiche abbiano spesso fornito un pretesto per la violenza e l’oppressione. Difende l’idea che la tolleranza religiosa non solo sia una necessità etica e morale, ma anche una condizione essenziale per la pace e il progresso civile. La sua critica non risparmia nessuna confessione religiosa; invita tutti i credenti a riflettere sulla vera essenza dei loro insegnamenti spirituali, che secondo lui dovrebbero guidare verso la pace e la comprensione reciproca piuttosto che verso il conflitto.
Filosoficamente, il trattato contiene un’esposizione lucida dei principi dell’Illuminismo, come l’uso della ragione, l’importanza dell’individuo e il diritto alla libertà di pensiero e di espressione. Voltaire argomenta che la tolleranza sia una virtù tanto razionale quanto necessaria, sostenendo che nessun essere umano possegga la completa verità e che l’errore non debba essere perseguito con la forza, ma corretto con la ragione. Questo approccio non solo critica le istituzioni religiose dell’epoca, ma sfida anche le fondamenta stesse del potere politico, che si legittima attraverso l’assolutismo religioso.
Il Trattato sulla tolleranza, pertanto, resta un’opera profondamente significativa, che continua a essere rilevante. Il suo appello alla tolleranza fornisce lo spunto continuo di riflessione sulle questioni di libertà religiosa, convivenza civile e diritti umani. La lettura di questo testo rivela sì, gli orrori del passato, ma offre anche lezioni preziose per il presente e il futuro, nella lotta contro l’intolleranza e per la promozione della pace e della comprensione tra diverse culture e credenze.

 

 

 

 

State, sovereignty, law and economics
in the era of globalization

 

 

 

Taken from my lectures as a Teaching Fellow in International Law, these reflections highlight how State sovereignty and International Law are profoundly influenced by globalization, economic integration and digital technologies, raising fundamental questions about global governance, State autonomy and the adaptation of legal structures to new economic and technological realities.

 

Part VIII

To conclude

 

Globalization and technological advancement have stripped States of significant portions of sovereignty, undermining their ability to independently exercise legislative power, a fundamental aspect in tax regulation. Cyberspace eradicates physical barriers, making borders permeable and creating spaces unregulated by any State authority, floating between the territorial realities defined by countries. This gives rise to de-territorialised digital environments, characterized by a widespread lack of physical tax identity and the virtualization of tax bases, escaping traditional tax logic. In this context, profits generated beyond national borders become nearly unreachable for State taxes. Thus, the internet is configured as a lawless territory, where State sovereignty seems to lose its grip, leaving room for a new order to be built. While the State attempts to maintain control over the remnants of sovereignty eroded by the digital, projecting them onto static taxpayers, mobile incomes, and capitals benefit from the elimination of geographical distances thanks to technology, moving silently and without leaving tangible traces.
The advent of the internet has posed new challenges to State taxation, pushing towards an adaptation of sovereignty principles to the dynamics of e-commerce. Internationally, efforts have been made to create a uniform legal framework that balances the fiscal needs of States with the development of digital commerce, through international cooperation and the renegotiation of traditional tax principles.
The issue of regulating the web legally calls for a radical change in perspective, rising above the earthly and traditional conceptions of law and its violation. Globalization challenges the linearity of legal thought, inviting a vertical reflection that can accommodate the complexities of the digital world. In this scenario, the law takes on a new dimension, seeking to give shape and limits to transgression, distinguishing itself from a purely moral approach and trying to establish a balance between the fluidity of digital relations and the need for a legal order that can regulate them effectively.

 

 

 

 

La società aperta e i suoi nemici
di Karl Popper

Il manifesto razionale di libertà

 

 

 

 

La società aperta e i suoi nemici, pubblicata da Karl Popper in due volumi, tra il 1943 e il 1945, presenta una critica radicale al totalitarismo e difende con passione il valore delle società democratiche e liberali. La sua analisi si estende attraverso la filosofia, la storia e la politica, rendendola una pietra miliare nel pensiero del XX secolo.
Il testo fu redatto durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Popper stesso, originario di Vienna e di famiglia ebraica, visse gli orrori del totalitarismo nazista prima di fuggire in Nuova Zelanda, dove poi scrisse l’opera. Il contesto storico è fondamentale per comprendere l’urgenza e l’impeto con cui l’Autore attacca quelle teorie filosofiche che, secondo lui, avevano pavimentato la via ai regimi totalitari.
Il filosofo descrive la società aperta come un sistema sociale caratterizzato dalla flessibilità, dalla capacità di auto-correzione e dal governo attraverso decisioni consensuali piuttosto che coercitive. La società aperta promuove l’innovazione e il cambiamento continuo, incoraggiando il dibattito, la critica e la diversità di opinioni. La sua essenza sta nell’abilità degli individui di vivere senza imposizioni da parte dell’autorità e di partecipare attivamente alla formazione delle politiche pubbliche. Per meglio comprendere la società aperta è utile considerare il suo opposto: la società chiusa. Questa è caratterizzata da strutture statiche e gerarchiche, dove il cambiamento è percepito come una minaccia all’ordine sociale stabilito. Le società chiuse spesso mitizzano il passato e aderiscono a ideologie rigidamente deterministiche, che giustificano il controllo autoritario e la limitazione delle libertà individuali. Popper vede tali caratteristiche proprio nei regimi totalitari del suo tempo, che sfruttano tali ideologie per sopprimere il dissenso e mantenere il potere.
Il filosofo critica aspramente le teorie storico-deterministiche di Platone, Hegel e Marx, accusandoli di essere “nemici” della società aperta, a causa delle loro visioni utopiche e totalitarie, che sostengono una inevitabile marcia verso determinati ideali politici, giustificando così il sacrificio degli individui per obiettivi collettivi supposti. Egli sostiene che questa visione della storia sia scientificamente infondata e pericolosamente vicina a giustificare i peggiori eccessi dei regimi autoritari. La storia, al contrario, è fatta di scelte imprevedibili e l’azione umana è caratterizzata da una responsabilità morale individuale, non da traiettorie prefissate. Per questo, propone ciò che chiama “razionalismo critico”, un approccio che valorizza la discussione aperta e il miglioramento incrementale della società attraverso la scienza e la critica piuttosto che con rivoluzioni violente.
Popper stigmatizza Platone per il suo idealismo e la sua teoria dello Stato governato da filosofi-re, che giudica come l’antitesi della democrazia. Il modello platonico promuove una società chiusa e statica, dove il cambiamento è inteso quale corruzione dell’ordine ideale. Attacca Hegel per il suo orientamento assolutista e la sua filosofia della storia, che presenta uno sviluppo dialettico verso uno stato finale di libertà assoluta, riscontrandovi addirittura l’antecedente ideologico del nazionalsocialismo tedesco e del fascismo italiano, valutazione che si estende anche a teorie che predicono inevitabili conclusioni storiche, compreso il marxismo. Anche riconosce in Marx un’intenzione morale di migliorare le condizioni delle classi lavoratrici, disapprova il suo determinismo economico, sostenendo che, nonostante le sue intenzioni, finisca per fornire una giustificazione filosofica all’autocrazia rivoluzionaria, che si presume agisca nel nome dell’inevitabile marcia della storia verso il comunismo.La parte conclusiva dell’opera è dedicata alla difesa della società aperta, che Popper identifica con la democrazia liberale, interpretata non solo come un sistema politico, ma come ethos culturale che valorizza la libertà individuale, il pluralismo e il cambiamento progressivo attraverso metodi pacifici e razionali. La democrazia liberale è innanzitutto un processo. Non è statica né definita da una particolare configurazione istituzionale, ma è un sistema dinamico che consente il cambiamento e l’adattamento. Il filosofo critica le visioni utopiche che vedono la politica come ricerca di un ordine ideale e immutabile. Al contrario, asserisce che la società aperta sia caratterizzata da “una disposizione a imparare dall’errore”, qualità che permette alle società democratiche liberali di correggersi e migliorarsi continuamente. Eleva il concetto di tolleranza a principio fondamentale della società aperta, pur avvertendo contro il “paradosso della tolleranza”: infatti, la tolleranza illimitata può portare alla distruzione della tolleranza stessa, se si permette ai tolleranti di sfruttare la libertà offerta per sopprimere i diritti altrui. In una società aperta, la tolleranza richiede un equilibrio attivo, a cui i limiti sono posti per prevenire l’ascesa di forze intolleranti e autoritarie. Un aspetto risolutivo della democrazia liberale è costituito dall’importanza del disaccordo e del dibattito aperto. Popper sostiene che il progresso scientifico e sociale si verifichi per mezzo di un costante processo di congettura e confutazione, dove le teorie sono proposte, testate e spesso confutate. Analogamente, la democrazia deve operare attraverso un dialogo aperto e critico, in cui le politiche sono proposte, discusse e modificate in risposta ai giudizi e ai cambiamenti delle circostanze. Infine, pone una forte enfasi sui diritti individuali quale fondamento della democrazia liberale. La loro protezione non è solo una questione di giustizia legale o morale ma è essenziale per la creazione di un ambiente in cui gli individui possono pensare, esprimersi e agire senza paura di repressione, considerando ciò essenziale per il mantenimento di una società aperta e per il progresso continuo verso una migliore condizione umana.
La società aperta e i suoi nemici, quindi, non è solo un testo di filosofia politica, ma anche un appello accorato alla vigilanza e alla responsabilità individuale nelle società democratiche. L’analisi di Popper rimane estremamente rilevante oggi, in un’epoca in cui le democrazie sono nuovamente messe alla prova da forze autoritarie e populiste. La sua visione della società aperta offre un quadro prezioso per comprendere e affrontare le sfide contemporanee nel mondo politico e sociale. In un’era di crescente polarizzazione, populismo e attacchi alle istituzioni democratiche, il modello di società aperta di Popper serve come promemoria dell’importanza di mantenere e difendere i principi di apertura, tolleranza e dialogo democratico. La sua teoria rimane un potente strumento analitico per i difensori della libertà e della democrazia in tutto il mondo, esortando a non dare mai per scontata quella libertà e a combattere continuamente per la trasparenza, la comprensione e il dialogo, pilastri di ogni società veramente aperta.