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Le Operette morali di Giacomo Leopardi

 

Le Operette morali sono un’opera strettamente collegata, per quando riguarda i contenuti, allo Zibaldone di pensieri. 950a4152c2b4aa3ad78bdd6b366cc179Sono una raccolta di ventiquattro tra dialoghi e prose, più o meno lunghi, ed esprimono bene la visione delle cose del loro Autore. Furono composte tra il 1824 e il 1832 e pubblicate, in diverse edizioni, dello stesso Leopardi, e in un’ultima postuma, a cura del fido amico Antonio Ranieri, nel 1845. Il poeta vi fa largo uso della satira per dimostrare, in fondo, quanto misera e disgraziata sia la condizione degli uomini. Lungo l’intero loro svolgimento, esse potrebbero rappresentare una storia dell’infelicità umana, in tutte le sue manifestazioni, cause ed effetti. Approfondiamone qualcuna un po’ più dettagliatamente.

Dialogo di Malambruno e di Farfarello.

Il mago Malambruno invoca i demoni dall’Inferno. Come il genio della lampada di Aladino, gli appare Farfarello, al suo completo servizio, promettendogli fama, soldi e belle donne. Andrea_di_Bonaiuto,_Cappellone_degli_Spagnoli_(SMN),_dettaglio_diavoliNiente di tutto questo! Il mago gli chiede soltanto di poter essere felice per un momento. Il diavolo risponde: “Mi dispiace, non ti posso aiutare!”. “Almeno liberami dall’infelicità”, lo incalza Malambruno. “Mi dispiace. Non si può fare nemmeno questo e sai perché?”. “No, dimmelo tu!”. “Perché, mio caro, è la tua natura che è così, così da non farti essere mai felice. Ho una soluzione, però: la morte. Questa, almeno, smetterà di farti penare. Adesso faccio il logico, senti questa: se la vita è sofferenza, cosa è meglio vivere o non vivere?”. “Questo è il problema”, risponde il mago. “No, questo è Shakespeare. Comunque – continua il demonio – se vivere significa essere infelice e non vivere significa non essere infelice, che cosa è meglio?”. “La calibro 9”. “Forse!” conclude Farfarello.

Dialogo di un folletto e di uno gnomo.

Uno gnomo sale in superficie dalle profondità della Terra per vedere dove siano finiti gli uomini.
Qui, incontra un folletto e con lui comincia a parlare: “E adesso che questi sono spariti, come faremo a misurare il tempo?”. Eh sì, tu pensi al tempo? La Natura se ne frega degli uomini, segue il suo di tempo”, risponde il folletto. “Ma tu sai perché sono tutti scomparsi?”, chiede lo gnomo. “Certo che lo so. Quei fessi si son fatti guerra tra loro, si sono ammazzati, si sono mangiati a vicenda e chi non ha fatto questo, è marcito nell’ozio e nei vizi. Praticamente, le hanno studiate tutte per andare contro la Natura e la loro sorte!”. “Sai che penso?”, dice lo gnomo. Penso che questi uomini credevano di essere al centro dell’Universo, che senza di loro si sarebbe fermato tutto e tutto sarebbe finito, e invece? Ogni cosa continua come prima, i pianeti a girare, il vento a soffiare…”. “I fiumi a scorrere”, lo interrompe il folletto. “E gli uomini ad essere cretini!” convengono entrambi.

Dialogo d’Ercole e di Atlante

Ercole deve sostituire Atlante a reggere il mondo. Il figlio di Zeus, però, si accorge che la Terra si è fatta leggera e 8950muta e propone al titano di legarsela a un pelo della barba, facendola penzolare come un ciondolo. Continuando a non sentire nessun rumore, suggerisce ad Atlante: “Colpiscila con la tua mazza, così scopriamo cosa succede”. “No, potrebbe rompersi in due come un uovo e gli uomini morirebbero tutti. Facciamo una cosa: giochiamoci a pallavolo, così vediamo pure chi è più bravo”. “Sì, infatti, poi, magari, si svegliano ‘sti uomini”, aggiunge Ercole. “Chi la fa cadere a terra per primo perde, ok? Aspetta però – dice Atlante – non ci dobbiamo far scoprire da tuo padre altrimenti sono cavoli amari!”.

Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi

L’Accademia dei Sillografi, visti i progressi delle scienze meccaniche, propone un concorso per inventori. Ecco il bando: “In quest’era delle macchine così ben costruite e funzionanti, la nostra gloriosa Accademia propone la creazione di tre automi che passano caricarsi di tutta la miseria e dei lavori degli uomini, siccome è impossibile inventarne un rimedio. fluteplayerManzettiAl concorso potranno esser presentati tre robot:
– il primo, deve fare le parti e la persona di un amico perfetto, che non parli dietro, che non rompa più di tanto, che si faccia gli affari suoi senza andare a raccontare in giro i segreti confidatigli, che non si prenda troppa confidenza solo perché è amico, che non sia invidioso, che voglia bene all’altro e che per qualsiasi cosa sia sempre a disposizione;
– il secondo, sia un uomo artificiale a vapore, atto e ordinato a fare opere virtuose e magnanime, perché solo il vapore può permettere ad un automa di fare cose belle e buone;
– il terzo, deve essere disposto a fare gli uffici di una donna così come immaginata da Castiglione nel suo Cortegiano. Se ci riuscì Pigmalione a farsi una donna con le sue mani, ci potrete riuscire anche voi.
I premi consisteranno in tre medaglie d’oro del peso di 400 zecchini, ognuna con immagini e diciture adeguate a celebrare il particolare vincitore. La gloriosa Accademia concorrerà alle spese per l’acquisto delle medaglie con i danari ritrovati nella sacchetta di Diogene, ex segretario dell’Accademia, o con uno dei tre asini d’oro degli accademici Apuleio, Fiorenzuola e Machiavelli”.

Dialogo della Natura e di un islandese

Un islandese va errando per l’Africa. All’improvviso, scorge un busto così grande da sembrargli una collina. Avvicinatosi, vede una donna enorme, seduta per terra, con la schiena e il braccio poggiati su una montagna. Questa, dopo aver taciuto per un po’, gli dice: download-1“Chi sei e che sei venuto a fare da queste parti?”. “Sono un povero islandese e sto fuggendo la Natura”. “Bravo! Sono io la Natura”, risponde minacciosa. L’islandese prende coraggio e le urla: “Ah sì, e allora sappi che sei la nemica giurata degli uomini e degli animali, non sai fare altro che ingannarci, minacciarci, perseguitarci, renderci la vita impossibile e io, guardami, tra poco diventerò vecchio e che mi aspetta? Quante ancora me ne farai passare, brutta infame?”. La Natura non si cura di tutti i suoi lamenti e, impassibile, gli risponde: “Povero stolto, ma non hai ancora capito che il mondo non è stato creato per voi uomini e che io non mi occupo della vostra felicità o infelicità? Anzi, ti dirò di più: se pure vi estingueste, io neanche me ne accorgerei, ho altro a cui pensare, cose che tu e tutti quelli come te non sarete mai in grado di capire”. Mentre l’islandese tenta di replicare, sopraggiungono due leoni brutti, magri ed emaciati da far paura. Con le poche forze rimaste loro, riescono appena a saltargli addosso e a mangiarselo, potendo, così, a restare in vita per un altro giorno.

 

 

Guido Guinizzelli

 

Il primo che, nella Letteratura Italiana, quando si trattò di parlare d’amore, mischiò le carte in tavola, calando, poi, un paio di carichi da 11 punti, fu Guido Guinizzelli. Nato a Bologna nel 1235, figlio di un personaggio molto noto in città, il giudice Guinizzello da Magnano, studiò diritto nella famosissima Alma Mater Studiorum, l’Università più antica di tutta Europa, diventando avvocato. cavalcanti_02La sua vera passione, tuttavia, fu la politica. Questa, però, gli rovinò la vita: schieratosi con la famiglia ghibellina dei Lambertazzi, la seguì in esilio, insieme con la moglie, Bice della Fratta e con il figlio, Guiduccio, quando, nel 1274, i guelfi Geremei gli fecero trovare, fuori le mura di Bologna, le valige e tre biglietti di sola andata per la provincia di Padova. Morì, lontano da casa, nel 1276. Sebbene non fiorentino, Guinizzelli è stato considerato il primo poeta stilnovista. La sua canzone, Al cor gentil rempaira sempre amore, è, infatti, non soltanto il manifesto della propria arte, quanto anche quello della poetica dello Stil Novo. In essa, l’autore ci tiene a dire che amore e core gentile devono per forza compenetrarsi e, attraverso una serie di metafore, dalle pietre preziose alla fiamma della candela, fino ai raggi del sole, dimostra come, se un animo non è predisposto ad amare, ovvero non è gentile, hai voglia il sole di riscaldare il fango, come dice lui, quello sempre fango rimane.

Al cor gentil rempaira sempre amore,
come l’ausello in selva a la verdura;
né fe’ amor anti che gentil core,
né gentil core anti ch’amor, natura:
ch’adesso con’ fu ’l sole,
sì tosto lo splendore fu lucente,
né fu davanti ’l sole;
e prende amore in gentilezza loco
così propïamente
come calore in clarità di foco.

(Al cor gentil rempaira sempre amore, vv. 1-10)

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La donna celebrata da Guinizzelli, caratteristica comune, poi, a tutti i suoi colleghi, è una creatura la quale, per la sua bellezza, esalta l’uomo e lo fa salire al cielo. Ella, proprio come un angelo, è mediatrice fra la materialità del nostro mondo e la spiritualità di quello ultraterreno, arrivando fino a Dio. Una scala per il paradiso, in definitiva!

Splende ’n la ’ntelligenzïa del cielo
Deo crïator più che ‘n nostr’occhi ’l sole:
ella intende suo fattor oltra ’l cielo,
e ’l ciel volgiando, a Lui obedir tole;
e con’ segue, al primero,
del giusto Deo beato compimento,
così dar dovria, al vero,
la bella donna, poi che ’n gli occhi splende
del suo gentil, talento
che mai di lei obedir non si disprende
.

(Al cor gentil rempaira sempre amore, vv. 41-50)

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A differenza dei compagni poeti, quando Guido incontrava la sua amata, non traballava o si faceva venire i tic. Restava immobile, come una statua di ottone, e pensava, pensava, pensava:

Lo vostro bel saluto e l’gentil sguardo
che fate quando v’ encontro, m’ancide:
Amor m’assale e già non ha riguardo
s’elli face peccato over mercede […]
 
remagno come statüa d’ottono,
ove vita né spirto non ricorre,
se non che la figura d’omo rende.

(Lo vostro bel saluto e l’gentil sguardo, vv. 1-4 e 12-14)

Con la coda dell’occhio la guardava salutarlo e il suo cuore gentile si riempiva di gioia, ma con tutto quello che gli si scombussolava dentro, rischiava ogni volta un infarto. Scrisse cinque canzoni e quindici sonetti, non tutti celebrativi e felici come quelli che abbiamo letto insieme. Qualcuno, infatti, anche un po’ triste, specialmente se composto quando la sua donna se la tirava troppo.

 

Brevi ragguagli su alcuni aspetti della poetica di Salvatore Di Giacomo

 

 

Salvatore Di Giacomo, in tutta la sua opera, ha espresso il senso drammatico e gioioso insieme, che caratterizzava l’anima del popolo napoletano e le bellezze naturali della città partenopea. E’ stato capace di raccogliere quei colori, quella musicalità e quella poesia, tipicamente napoletani, sui fogli di carta prima e, poi, musicati da compositori, negli spartiti musicali. Prostituzione, malavita, miseria, bassi, vicoli, umanità sofferente, umanità gioiosa, amore, passione, vi erano rappresentati con una vivacità quasi teatrale. Il sapiente uso del dialetto, così dolce e musicale, tuttavia, perfettamente vero e veridico, faceva di un raffinato intellettuale, un piccolo 03-DI-GIACOMOborghese che si calava nello spirito e nell’anima di un popolo e ne diventava cantore, con un realismo senza pari, esprimendo, nei versi, le sfumature e le sfaccettature peculiari di una plebaglia, di quel ventre di Napoli (Matilde Serao), che, così, acquistava dignità poetica. La grandezza e l’importanza dell’opera di Di Giacomo, rispetto al popolo napoletano, è stata duplice: da un lato, proprio per la sua condizione di piccolo borghese, stupiva la capacità descrittiva di un mondo che doveva, per nascita, per storia personale e per educazione, non appartenergli, ma che, evidentemente, sentiva visceralmente suo; dall’altro, il lascito poetico, divenuto lo specimen di quel mondo. Nessun altro aveva saputo, fino agli inizi del Novecento, diventare un così abile e mirabile testimone poetico del popolo napoletano. La poetica di Di Giacomo risentiva, certamente, degli influssi del Verismo, il movimento letterario che, ispirandosi al Naturalismo francese, aveva pervaso la letteratura italiana della seconda metà dell’Ottocento. L’Autore, comunque, aveva interpretato il Verismo o, meglio, lo aveva adattato alla propria sensibilità, alla propria condizione e all’ambiente, nel quale si era trovato a vivere. Di Giacomo, infatti, rispetto a Giovanni Verga, maggiore esponente del Verismo, il quale riproduceva la realtà in modo diretto, crudo, impersonale, tale da rendere i suoi personaggi protagonisti di storie volte a mostrare quadri di decadenza, di fallimento, di impotenza, nei confronti degli eventi, ancorché di passiva e fatale accettazione degli stessi, tratteggiava, dipingeva i suoi personaggi e le loro storie con la fresca aria del mattino, con i raggi tenui della luna, con una petrarchesca idealizzazione di tipi e di modi, che sembravano cristallizzati in una realtà fuori dal tempo, grazie all’uso del dialetto napoletano, dolce e raffinato, il cui impiego aveva lo scopo non della mera rappresentazione, quanto piuttosto del vero che diventa musica, timbro, colore e sensazione, alla maniera dei pittori impressionisti. Il Verismo diciacomiano non era un Verismo dall’interno, non era la voce diretta del reale che agiva, ma era lo sguardo dell’autore su quelle azioni. Nella poesia di Di Giacomo, era senza dubbio il reale a produrre l’evento e il movimento della storia, ma era l’autore a darne contezza, inevitabilmente, riproducendolo attraverso il suo vissuto e la sua visione del mondo. Ciò era antitetico al napoli-comera-libromodus scribendi schiettamente verista (Giovanni Verga, Luigi Capuana, Federico De Roberto), nel quale l’autore diventava mero narratore di realtà che erano completamente al di fuori di esso e senza alcun contatto con esso. Per quanto riguarda il rapporto con le donne, pur volendo attribuire una fortissima valenza al legame di Di Giacomo con la madre (si sarebbe sposato tardi, nel 1916, dopo la morte della madre), non era divenuto così totalizzante nella sua visione della donna e nel suo rapporto con essa. Si poteva ipotizzare una incapacità, da parte del poeta, di sostituire, nel suo cuore, l’immagine della madre, con quella di un’altra donna, in grado di occupare un posto altrettanto importante. Con il rischio, tuttavia, di giudicare le donne cantate dal poeta nient’altro che la stessa rappresentazione, con caratteri diversi, della madre. Quelle donne, quindi, sarebbero state figure femminili fittizie, meri artifici della sua poesia. C’era anche chi, tra gli stessi amici e colleghi, leggeva la presenza delle donne, nell’opera digiacomiana, come strettamente collegata al suo concetto di amore. Le donne, in Di Giacomo, diventavano lo strumento con il quale il poeta offriva se stesso e i suoi sentimenti al mondo, rappresentando l’amore nei suoi molteplici aspetti, tutti umani. In questo caso, la stessa varietà delle figure femminili di Di Giacomo rifletteva l’umanità del suo sentimento amoroso, che si manifestava inquieto, instabile, dispettoso e a tratti doloroso. L’amore era intenso, malinconico e perduto nelle tante sfaccettature della vita quotidiana. Le donne e l’amore, in Di Giacomo, erano l’aspirazione alla personificazione, non cosciente, di un desiderio molto più complesso: ricercare e concentrare l’essenza dell’umanità. Quasi una galleria-museo, dove erano esposti i diversi quadri dell’amore, tutti rappresentati attraverso donne diverse, con storie diverse, con passioni diverse. Donn’Amalia ’a Speranzella, la donna colta nell’atto di friggere le frittelle e l’osservatore che l’ammirava, desideroso della sua bellezza; Zì munacella, una ragazza che, per salvare il suo innamorato, condannato a morte per aver commesso un delitto passionale, si digiacomo-elisaaviglianofaceva monaca, senza sapere che quel delitto non era stato consumato per lei, ma per un’altra donna; Palomma ‘e notte, una donna-farfalla, la quale, per esercitare la propria libertà, rischiava di bruciarsi: Carolina era come una farfalla che girava e rigirava intorno a una candela che la attraeva, come se fosse stata un fiore, nonostante il poeta la mettesse in guardia dal prendere fuoco; ‘E ttrezze e Carulina, dove il poeta, con dispetto, esortava il pettine della donna desiderata a strapparle tutti i capelli, lo specchio nel quale ella si mirava ad appannarsi, le lenzuola ad infuocarsi e pungere le sue carni, le piante sul tetto della casa a farsi trovare seccate. Ma, poi, il poeta si mostrava felice di constatare che, nella realtà, avvenisse il contrario. Le donne, in Di Giacomo, assumevano, però, anche caratteri cupi, che le legavano al concetto di morte. La dolce sensibilità del poeta, il suo carattere fragile e mite, capace di soffrire e di far soffrire, e la sua paura del mondo, si esprimevano proprio in queste immagini di donne e morte, donne e dolore, come “Carmela”, ormai sposata, che sembrava aver dimenticato il primo amore, raccontato in un crescendo di ricordi e di gesti; come Tarantella scura, in cui veniva narrata una vicenda di vita e di sangue, o, ancora, in Femmene, femmene!, dove le donne prima ammaliavano e, poi, facevano disperare.