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Matilde di Canossa

Regina senza corona, donna straordinaria
in un mondo dominato dagli uomini

 

 

 

Nel cuore dell’Italia medievale, un’epoca di castelli, cavalieri e guerre, ecco la breve storia di una delle figure più affascinanti del Medioevo: Matilde di Canossa, una donna che seppe imporsi in un mondo dominato dagli uomini.
Nata nel 1046, Matilde apparteneva a una delle famiglie più potenti del suo tempo. Era l’erede di vasti territori, che si estendevano dall’Emilia fino alla Toscana. Ma non era solo una ricca signora feudale: era una stratega, una diplomatica e una guerriera.
Le vicende di Matilde si concentrano su un evento particolare, che ha segnato la storia d’Europa: l’episodio di Canossa, nel 1077. Ma, prima, chi era davvero Matilde? Figlia del marchese Bonifacio di Canossa e di Beatrice di Lorena, crebbe in un ambiente di potere e politica, imparando l’arte della diplomazia fin da giovane. All’età di soli 9 anni, dopo l’assassinio del padre e la morte prematura del fratello maggiore, ereditò un vasto patrimonio. Da quel momento, sotto la guida della madre, iniziò a gestire i suoi possedimenti con astuzia e determinazione.
Nel 1076, l’Europa era scossa da una lotta di potere epocale tra il Papato e l’Impero. Da un lato, papa Gregorio VII cercava di affermare l’indipendenza della Chiesa dal potere secolare; dall’altro, l’imperatore Enrico IV era deciso a mantenere il controllo sui vescovi e le loro terre. Matilde, fervente sostenitrice della riforma gregoriana, si trovò nel mezzo di questa disputa.

Dopo essere stato scomunicato dal papa, Enrico IV era in una situazione disperata. Decise, quindi, di intraprendere un pellegrinaggio penitenziale per chiedere perdono al pontefice. Nel gennaio del 1077, giunse al castello di Canossa, residenza di Matilde, dove papa Gregorio VII aveva trovato rifugio. Era un inverno rigido e l’imperatore, con abiti da penitente e piedi nudi, attese tre giorni e tre notti fuori dal castello, nel freddo gelido, prima di essere ricevuto.
Finalmente, il 28 gennaio, Enrico fu ammesso alla presenza del papa e ottenne il perdono. Gregorio VII gli revocò la scomunica, permettendogli di rientrare in grazia della Chiesa. Questo evento, noto come l’umiliazione di Canossa, dimostrò il potere della Chiesa sulla politica europea e segnò un punto di svolta nelle relazioni tra impero e papato.
Matilde continuò a governare i suoi territori con saggezza e forza, sostenendo il papa nelle sue lotte contro l’impero e promuovendo la riforma della Chiesa. La sua capacità di navigare tra le complesse dinamiche politiche del suo tempo la rese una delle figure più importanti del Medioevo.
Matilde morì nel 1115, ma la sua leggenda vive ancora. La sua abilità nel combinare diplomazia e forza la rende, tuttora, un’icona di leadership e determinazione. Una vera e propria regina senza corona, che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia d’Italia e d’Europa.

 

 

 

De Cive di Thomas Hobbes

Stato di natura, stato civile, contratto sociale, “Leviatano”

 

 

 

De Cive (Il Cittadino), pubblicato originariamente in latino, nel 1642 e, successivamente, in inglese, nel 1651, si colloca cronologicamente tra le due grandi opere di Thomas Hobbes, Leviatano (1651) e De Corpore (Il Corpo, 1655). Il contesto storico di De Cive è cruciale per comprenderne le tematiche. Hobbes scrive durante un periodo di instabilità in Inghilterra, caratterizzato dalla guerra civile (1642-1651). Il conflitto tra la monarchia di Carlo I e il Parlamento costituisce un retroscena di caos e incertezza, che influenza profondamente il pensiero di Hobbes. La sua speculazione filosofica è una risposta diretta al disordine e alla paura di anarchia che percepisce attorno a sé, cercando di trovare soluzioni teoriche per la pace e la stabilità sociale.
L’Autore sviluppa in quest’opera una visione del mondo radicalmente nuova e meccanicistica. L’uomo è visto come un corpo in movimento, guidato da appetiti e avversioni, le cui interazioni determinano la struttura della società. Nel trattare gli aspetti antropologici, Hobbes dipinge un ritratto dell’uomo mosso primariamente dall’istinto di autoconservazione. Questa concezione pessimistica dell’essere umano, essenzialmente egoista e trasportato dal desiderio di potere, è fondamentale per comprendere il suo appello a un’autorità assoluta.
Il filosofo introduce il concetto di stato di natura, in cui gli uomini sono liberi e uguali. Tale libertà, però, conduce inevitabilmente al conflitto. Da qui, l’esigenza di un potere sovrano che imponga l’ordine e garantisca la pace, attraverso il contratto sociale: gli individui cedono i loro diritti al sovrano in cambio di protezione, un’idea che avrebbe influenzato profondamente il pensiero politico successivo.
Hobbes approfondisce in modo significativo la distinzione tra lo stato di natura e lo stato civile, concetti fondamentali per la comprensione del suo pensiero politico e filosofico. Questi servono a fondare la sua rappresentazione del contratto sociale e a delineare la transizione necessaria dalla natura alla società, per garantire sicurezza e ordine civile.
Secondo Hobbes, lo stato di natura è una condizione ipotetica, in cui gli esseri umani vivono senza una struttura politico-legale superiore che regoli le loro interazioni. In De Cive, così come nel più celebre Leviatano, il filosofo descrive lo stato di natura con la famosa frase homo homini lupus (l’uomo è lupo per l’uomo). Non vi esistono leggi oltre ai desideri e alle paure individuali; è un ambiente in cui vigono il sospetto perpetuo e la paura della morte violenta. Tutti gli uomini sono uguali, nel senso che chiunque può uccidere chiunque altro, sia per proteggersi sia per prevenire potenziali danni. Di conseguenza, lo stato di natura è caratterizzato da una guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes), la vita è “solitaria, povera, brutale, brutta e breve”, come scriverà poi in Leviatano.


La transizione dallo stato di natura allo stato civile avviene mediante il contratto sociale, un’idea che Hobbes sviluppa per spiegare come gli individui possano uscire dallo stato di natura. Sostiene, infatti, che questi, mossi dalla razionale paura della morte violenta e dal desiderio di una vita più sicura e produttiva, decidano di istituire un’autorità sovrana a cui cedere il proprio diritto naturale di governarsi autonomamente. Questo sovrano, o “Leviatano”, è autorizzato a detenere il potere assoluto per imporre l’ordine; non è parte del contratto sociale e, quindi, non è soggetto alle leggi che impone. La sua autorità deriva dalla consapevolezza collettiva che senza un tale potere la società regredirebbe allo stato di natura. Gli individui accettano di vivere sotto un’autorità assoluta per evitare il caos e la violenza che altrimenti prevarrebbero.
La contrapposizione tra stato di natura e stato civile ha profonde implicazioni filosofiche e politiche. Hobbes sfida le nozioni precedenti di società governata dalla morale o dal diritto naturale, sostituendo questo modello con la necessità di un potere sovrano e indiscutibile per mantenere l’ordine. La visione hobbesiana del contratto sociale ha influenzato profondamente la teoria politica moderna, anticipando questioni di consenso, diritti individuali e natura del potere politico. La sua analisi rimane pertinente per le discussioni contemporanee sui fondamenti della legittimità del governo e sui diritti degli individui rispetto al potere statale. La dicotomia tra stato di natura e stato civile, in definitiva, costituisce anche una riflessione profonda sulla condizione umana e sulla società.
In De Cive, Hobbes articola una visione del mondo e una filosofia politica che riflettono le sue profonde preoccupazioni riguardo alla natura umana e alla necessità di ordine. In un’epoca di grandi turbamenti propone una soluzione radicale al problema della coesistenza umana, ponendo le basi per la moderna teoria politica. L’opera, quindi, non solo riflette il tumulto del suo tempo, ma offre anche spunti di riflessione ancora attuali sulla natura del potere e sulla condizione umana.

 

 

 

 

La Costituzione degli Ateniesi di Aristotele

Oltre la storia, oltre la democrazia

 

 

 

La Costituzione degli Ateniesi di Aristotele è un’opera fondamentale che offre uno spaccato dettagliato e critico della vita politica di Atene, risalente al IV secolo a.C. Nonostante la sua attribuzione ad Aristotele sia stata a lungo dibattuta, il testo resta un esempio pregevole di analisi politica e storica nell’antica Grecia.
L’opera, nella sua struttura attuale, si articola in due sezioni principali: la prima, di carattere storico-istituzionale, comprende i capitoli da I a XLI ed esamina le diverse fasi evolutive della costituzione ateniese, a partire dal processo contro gli Alcmeonidi fino al 403 a.C. La seconda sezione, di natura descrittiva, si focalizza sulle istituzioni della polis, esplorando temi quali i criteri per l’acquisizione della cittadinanza, le magistrature e i sistemi giudiziari. Il manoscritto inizia con una parte mancante e, basandosi su citazioni indirette, si presume che Aristotele abbia iniziato il discorso dal sinecismo di Teseo, anche se, nella versione giunta a noi, la narrazione inizia con il processo ai seguaci di Cilone, per poi trattare la costituzione pre-draconiana (cap. 3), i risultati delle riforme di Dracone (cap. 4-5), Solone, con estese citazioni dalle sue elegie, la tirannide di Pisistrato e dei suoi figli (cap. 6-19), Clistene (cap. 21) e le riforme fino alla restaurazione di Trasibulo, fornendo resoconti talvolta in contrasto con quelli di Senofonte e presentati in una chiave decisamente moderata.
Nel capitolo 41, dopo aver rilevato che i cambiamenti costituzionali dal tempo di Ione sono stati undici, si approfondisce l’analisi del regime ateniese. Qui, il termine politeia non si riferisce a una costituzione formale, ma, seguendo l’accezione platonica, denota l’organizzazione del governo, includendo un’ampia digressione sugli arconti. L’opera si conclude in modo abrupto al capitolo 69, con l’esposizione delle procedure dello scrutinio pubblico.

Il testo, unico sopravvissuto di una collezione più ampia che esaminava le costituzioni di 158 stati della polis greca, consegna un’analisi meticolosa delle leggi e delle istituzioni ateniesi. In particolare, Aristotele descrive la transizione di Atene da un governo monarchico a una democrazia complessa, attraverso varie fasi di oligarchia e tirannide. Ciò fornisce non solo un contesto storico ma anche una riflessione sulle dinamiche del potere e sulla lotta tra differenti classi sociali.
Aristotele esamina il funzionamento delle istituzioni democratiche, come l’Ecclesia (l’assemblea del popolo), il Consiglio dei Cinquecento e i vari tribunali popolari, sottolineando sia le loro virtù che le vulnerabilità. Attraverso questo esame, il filosofo critica alcuni aspetti della democrazia ateniese, come la tendenza alla demagogia e il rischio di corruzione, offrendo così una riflessione ancora attuale sulle fragilità delle strutture democratiche.
Dal punto di vista filosofico, l’opera si inserisce nel più ampio dibattito platonico-aristotelico riguardo la forma ideale di governo. Aristotele, a differenza di Platone, mostra una preferenza per le forme costituzionali miste, che equilibrano elementi di democrazia, oligarchia e monarchia, suggerendo che la stabilità politica si ottenga meglio attraverso un equilibrio tra le varie forze sociali. L’analisi dettagliata delle leggi e delle istituzioni permette ad Aristotele di elaborare una teoria della giustizia distributiva, fondamentale per la sua visione etica e politica. Egli argomenta che la legge deve servire a distribuire equamente sia i doveri che i benefici tra i cittadini, fondamento per una società equa e armoniosa.
La Costituzione degli Ateniesi, quindi, non è solo un testo di inestimabile valore storico, ma anche una riflessione profonda sui principi di giustizia, equità e potere. Aristotele, con la sua abilità di osservatore e critico delle realtà politiche, fornisce strumenti di analisi che superano i confini temporali e geografici, quasi interpellando lettori e studiosi interessati alla filosofia della legge e della politica. Quest’opera rimane, pertanto, un punto di riferimento essenziale per chiunque desideri comprendere non solo la storia politica di Atene, ma anche le dinamiche persistenti nelle strutture di potere e nelle società democratiche.

 

 

 

La comunicazione politica nell’era delle nuove tecnologie
e dell’AI


di Riccardo Piroddi

 

 

In anteprima, la prefazione dell’on. prof. Raffaele Lauro al volume,
in uscita a settembre 2024, per i tipi di Eurilink University Press

 

 

La comunicazione politica nell’era delle nuove tecnologie e dell’AI di Riccardo Piroddi è un’opera che analizza, in profondità, le trasformazioni radicali che hanno investito la comunicazione politica negli ultimi decenni, influenzata dalla democratizzazione delle tecnologie digitali e dall’emergere dell’Intelligenza Artificiale (AI). E traccia, sapientemente, il percorso attraverso le diverse fasi della comunicazione politica, esaminando i cambiamenti nelle dinamiche tra politici, media e cittadini-elettori e documentando come le nuove tecnologie abbiano ridefinito le strategie e le modalità di interazione politica. L’opera presenta, da subito, le caratteristiche del manuale. La manualistica costituisce un genere letterario e tecnico essenziale, che funge da ponte tra la teoria e la pratica, offrendo ai lettori istruzioni chiare e precise su come utilizzare strumenti o apprendere determinate competenze. Per comprendere a fondo la progressione concettuale e argomentativa in questo tipo di testi, è necessario valutare, seppur brevemente, i vari elementi che contribuiscono alla loro efficacia. La prima sezione di un manuale è cruciale, perché stabilisce il contesto e le aspettative del lettore. L’autore vi introduce l’argomento, definisce il pubblico di riferimento e delinea gli obiettivi principali del testo, creando, così, una base solida, su cui costruire il resto della trattazione. Un aspetto fondamentale della manualistica, quindi, è costituito dalla sua struttura chiara, generalmente suddivisa in capitoli o sezioni, ciascuno dei quali copre un argomento specifico, facilitando la “navigazione” e consentendo al lettore di trovare rapidamente le informazioni necessarie. La progressione degli argomenti, pertanto, segue una sequenza logica, che facilita l’apprendimento. Si parte generalmente dalle nozioni più semplici e fondamentali per arrivare, gradualmente, a concetti più complessi e specifici. Tale metodo incrementale aiuta il lettore a costruire una comprensione solida di base, prima di affrontare temi più avanzati. Il linguaggio utilizzato nella manualistica deve essere netto, diretto e privo di ambiguità. La precisione diventa fondamentale per evitare malintesi che potrebbero portare a errori nell’applicazione delle istruzioni. La progressione concettuale viene predisposta per guidare l’utente attraverso un percorso di apprendimento intellegibile e ben strutturato. Ogni elemento risulta attentamente calibrato per facilitare la comprensione e l’applicazione pratica delle informazioni fornite. Tale approccio sistematico consente al lettore di poter acquisire nuove competenze, in modo efficace e senza frustrazione.
In La comunicazione politica nell’era delle nuove tecnologie e dell’AI, Riccardo Piroddi riesce ad articolare abilmente una narrazione che parte dalle origini della comunicazione politica, passando attraverso le sue trasformazioni epocali, fino a giungere ai più recenti sviluppi nel panorama contemporaneo. Con abilità, conduce il lettore in un viaggio nel tempo, illustrando come la comunicazione politica sia stata una forza motrice di libertà e di sviluppo nelle epoche storiche più recenti. Dalle prime forme di propaganda all’uso dei mezzi di stampa, fino all’era delle trasmissioni radiofoniche e televisive, fino alla rivoluzione digitale, ogni fase viene analizzata in modo approfondito e contestualizzato. Ciascun capitolo costituisce un tassello che contribuisce a costruire un quadro esaustivo e coerente, fornendo una comprensione completa delle dinamiche e delle strategie che hanno plasmato il modo in cui la politica comunica con il pubblico, evidenziando, soprattutto, come le innovazioni tecnologiche in atto abbiano rivoluzionato i metodi di comunicazione, trasformando il messaggio politico in un potente strumento di persuasione e di mobilitazione.
Piroddi non si limita a una mera descrizione storica, ma entra nel merito delle tecniche e degli strumenti utilizzati, mostrando come l’avvento dei social media e delle piattaforme digitali abbia radicalmente cambiato le modalità di interazione tra i leader politici e i cittadini. L’analisi delle campagne elettorali più recenti, delle strategie di marketing politico e della gestione delle crisi mediatiche offre al lettore, in tal modo, uno scenario, attuale e dettagliato, dei meccanismi contemporanei. Ogni capitolo risulta arricchito da esempi concreti e casi di studio, che permettono di comprendere meglio le teorie esposte. Non si tratta di una semplice cronologia degli eventi, ma di riflessioni critiche sui cambiamenti nei contenuti e nelle modalità della comunicazione politica.
La capacità di adattamento dei messaggi politici ai mezzi di comunicazione emergenti viene esaminata con acume, mettendo in luce come ogni fase storica abbia portato con sé un insieme di sfide e di opportunità innovative. Attraverso un’analisi dettagliata, Piroddi mostra come l’evoluzione dei media, dai giornali alla radio, dalla televisione all’era digitale, abbia influenzato il modo in cui i politici comunicano con il pubblico e con gli elettori.
Ad esempio, l’introduzione della stampa ha permesso la diffusione di pamphlet e giornali che hanno reso possibile un dibattito politico più ampio e accessibile, come evidenziato da Jürgen Habermas nella sua teoria della sfera pubblica. Con l’avvento della radio, si è assistito a una personalizzazione della comunicazione politica, fenomeno ben documentato da Paul Lazarsfeld e da Robert Merton, che, nel loro saggi sugli effetti della radio sulla propaganda politica, hanno evidenziato l’importanza della voce e della personalità, anche estetica, dei leader. L’introduzione della televisione ha ulteriormente trasformato la comunicazione politica, come approfondito da Marshall McLuhan, il quale, nella sua celeberrima opera Understanding Media, ha coniato la famosa frase “il medium è il messaggio”. McLuhan sostiene, infatti, che la televisione, con la sua capacità di trasmettere immagini visive, abbia alterato profondamente la natura della comunicazione politica e la ricerca del consenso, dando maggior rilievo all’immagine e alla presenza fisica, e persino all’abbigliamento e alla gestualità, dei politici.
Con l’avvento di Internet e dei social media, la comunicazione politica ha subìto un’altra radicale, quanto inizialmente imprevedibile, trasformazione. Andrew Chadwick e Jennifer Stromer-Galley, nelle loro opere sulla politica digitale, hanno sondato come le piattaforme social abbiano cambiato le dinamiche di interazione tra politici ed elettori, rendendo la comunicazione immediata e bidirezionale. La teoria del “Networked Public Sphere” di Yochai Benkler, inoltre, ha evidenziato, come Internet abbia prodotto una democratizzazione dell’informazione, consentendo a un numero sempre maggiore di individui di partecipare al dibattito pubblico. Piroddi sottolinea, appunto, come l’introduzione di nuovi media abbia non solo cambiato la forma e il contenuto dei messaggi politici, ma anche modificato le dinamiche del potere e della partecipazione democratica. Ad esempio, se l’avvento della televisione ha enfatizzato l’importanza dell’immagine e della personalità del candidato, l’era digitale ha portato alla ribalta la comunicazione istantanea e la possibilità di un’interazione diretta con gli elettori attraverso i social media. Questa trasformazione continua merita di essere esaminata non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche sociale e culturale. Piroddi, difatti, indaga come i vari gruppi demografici abbiano risposto ai cambiamenti nei mezzi di comunicazione e come i politici abbiano dovuto adattare i loro messaggi per raggiungere efficacemente questi diversi segmenti di elettorato. Viene analizzato anche l’impatto della globalizzazione e come la comunicazione politica non sia più confinata nei limiti geografici di un singolo paese, ma debba considerare anche una platea globale. Inoltre, riflette criticamente sull’etica della comunicazione politica nell’era dei nuovi media, affrontando la questione della disinformazione e delle fake news e come questi fenomeni rappresentino nuove e allarmanti sfide per la trasparenza e l’integrità del processo democratico. Autentiche minacce per la stabilità delle istituzioni rappresentative e per rapporto di rappresentanza tra cittadini ed eletti. Nel contesto dei social media, Piroddi fa riferimento, in particolare, al concetto di echo chamber, descritto da Cass Sunstein, per il quale gli individui tendono a esporsi solo a informazioni e opinioni che confermano le loro convinzioni preesistenti, rafforzando polarizzazioni e divisioni. Questo fenomeno rappresenta una delle sfide più critiche per la comunicazione politica contemporanea, in quanto ostacola il dialogo e il confronto tra le diverse posizioni.
Questo “manuale”, quindi, si distingue per la capacità di collegare teoria e pratica. Piroddi combina una solida base teorica con esempi pratici e casi di studio, rendendo il libro accessibile non solo agli studiosi e agli studenti di scienze politiche e comunicazione, ma anche a un pubblico più ampio, interessato a comprendere le dinamiche del potere e dell’influenza politica. Ogni esempio pratico è scelto con accuratezza, per illustrare concetti chiave e per evidenziare le strategie comunicative che hanno avuto successo o che hanno fallito, fornendo lezioni preziose per i futuri comunicatori politici. Gli esempi spaziano da campagne elettorali di rilevanza storica a recenti eventi politici, consegnando una panoramica completa delle tecniche di persuasione e delle tattiche retoriche impiegate nei vari contesti. Ad esempio, si analizza la campagna elettorale di Barack Obama del 2008, che è stata rivoluzionaria per l’uso dei social media e del micro-targeting. La strategia di Obama ha sfruttato piattaforme, come Facebook e Twitter, per coinvolgere gli elettori giovani e creare un senso di comunità. La campagna ha utilizzato i big data per inviare messaggi personalizzati agli elettori, basati sulle loro preferenze e comportamenti online, mostrando come la tecnologia possa essere un potente alleato nella comunicazione politica. Il manuale affronta anche diverse tematiche cruciali, come il ruolo dei media nella formazione dell’opinione pubblica, l’influenza delle campagne sui social media, e le tecniche di framing utilizzate per modellare le narrazioni politiche. Ogni caso di studio è analizzato in profondità, evidenziando non solo gli aspetti vincenti, ma anche gli errori strategici che hanno portato ad esiti negativi. Questo approccio critico, dunque, permette ai lettori di sviluppare una comprensione più raffinata e completa delle dinamiche comunicative.
Non limitandosi a illustrare teorie astratte, Piroddi le collega direttamente alle pratiche quotidiane di chi opera nel campo della comunicazione politica. Vengono forniti strumenti pratici e metodologici per analizzare le campagne politiche, per valutare l’efficacia dei messaggi e per progettare strategie di comunicazione che siano, sia etiche che incisive. Questa integrazione di teoria e pratica rende questo manuale indispensabile per chiunque voglia comprendere e operare nel mondo della comunicazione politica. Particolare attenzione è dedicata alle nuove tecnologie, più innovative, e ai loro impatti sulla comunicazione politica, come i big data, l’analisi predittiva e l’Intelligenza Artificiale, che stanno trasformando le modalità con cui i politici interagiscono con gli elettori e come queste tecnologie possano essere utilizzate per migliorare l’engagement e la personalizzazione dei messaggi. Ad esempio, nel libro è descritto come le campagne elettorali moderne utilizzino strumenti di analisi dei sentimenti per monitorare in tempo reale le reazioni del pubblico sui social media, permettendo di adattare rapidamente le strategie comunicative. Un altro esempio pratico riguarda l’uso della disinformazione e delle fake news nelle campagne politiche. Il caso analizzato delle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 evidenzia come la diffusione di notizie false attraverso i social media abbia influenzato l’opinione pubblica americana. Piroddi vaglia le tecniche utilizzate per creare e diffondere queste informazioni e si interroga sulle implicazioni etiche e legali di tali pratiche. Piroddi, non da ultimo, affronta l’importante tema dell’etica nella comunicazione politica. Viene dedicato molto spazio alle questioni morali, esplorando i dilemmi che i comunicatori politici devono affrontare, offrendo loro delle linee guida su come gestire queste sfide in modo responsabile. Questo aspetto appare particolarmente rilevante in un’epoca in cui la disinformazione e le fake news sono diventate minacce pressanti.
Questo libro, orbene, costituisce una risorsa preziosa per chiunque voglia approfondire la conoscenza della comunicazione politica. La sua progressione concettuale, basica e logica, unita alla completezza delle argomentazioni e alla capacità di trattare temi innovativi, lo rende un contributo significativo nel campo degli studi politici e della comunicazione. Ed insieme una lettura indispensabile per comprendere appieno le trasformazioni storiche e i contenuti innovativi che hanno caratterizzato e continuano a caratterizzare questo settore cruciale della società moderna. L’opera invita il lettore a riflettere non solo sui mezzi e sui metodi della comunicazione politica, ma anche sulle implicazioni etiche e sociali di un mondo, in cui l’informazione e la persuasione giocano un ruolo sempre più centrale nelle dinamiche del potere. Questo aspetto è di fondamentale importanza, poiché viviamo in un’epoca in cui la velocità e la diffusione delle informazioni possono influenzare profondamente l’opinione pubblica e, di conseguenza, le decisioni politiche.
Un altro punto di forza della trattazione risulta l’analisi delle dinamiche di potere all’interno della comunicazione politica. Il testo si distingue per la sua capacità di svelare come il controllo dell’informazione possa essere utilizzato non solo per mantenere il potere, ma anche per influenzare le masse in modo sottile e pervasivo. Vi sono trattate, in particolare, le strategie attraverso cui i leader politici e i governi manipolano l’informazione per consolidare il loro potere, includendo l’uso selettivo delle notizie, la censura, la propaganda e la disinformazione. Viene evidenziato anche come la manipolazione dei media e delle piattaforme digitali possa modellare l’opinione pubblica, creando narrazioni che favoriscono chi detiene il potere. Tra le tecniche analizzate spiccano il gatekeeping (il controllo di quali notizie vengono diffuse e quali vengono soppresse); il framing (presentazione delle notizie in un modo che influisca sulla percezione del pubblico); l’agenda setting (l’abilità di stabilire quali temi diventino oggetto di discussione pubblica). Tali tecniche diventano fondamentali per comprendere il modo in cui le informazioni possano essere usate per indirizzare il dibattito pubblico e orientare le opinioni delle masse. Viene rivelato anche come il controllo dell’informazione non solo influisca sulle opinioni politiche, ma anche sulla percezione della realtà sociale. Le narrazioni costruite dai media possono creare immagini distorte della realtà, enfatizzando o minimizzando determinati aspetti della società. Il testo non solo denunzia queste dinamiche di potere, ma offre anche strumenti pratici per riconoscere e contrastare tali pratiche manipolative, nonché fornisce anche una guida dettagliata su come analizzare criticamente le informazioni e sviluppare un pensiero indipendente. Non limitandosi a un approccio teorico, Piroddi offre anche strumenti pratici per chi lavora nel campo della comunicazione politica, proponendo metodologie di analisi e suggerimenti per sviluppare campagne comunicative efficaci ed eticamente sostenibili. Questi consigli risultano utili non solo per i professionisti del settore, ma anche per chiunque desideri comprendere meglio le dinamiche comunicative che influenzano la politica odierna.
Un’altra significativa proposta risulta l’introduzione delle metodologie di analisi avanzate. Queste permettono ai professionisti di valutare l’efficacia delle loro campagne di comunicazione, identificare punti di forza e di debolezza, onde apportare modifiche strategiche basate su dati concreti. Tra le tecniche presentate, si rileva l’analisi del discorso, l’analisi dei contenuti e il monitoraggio dei social media, strumenti indispensabili per chi deve navigare il complesso panorama della comunicazione politica moderna. Il manuale, però, come in avanti già evidenziato, non si limita alla teoria e all’analisi, ma fornisce anche suggerimenti pratici per sviluppare campagne comunicative di successo. Viene esplorato il processo di pianificazione delle campagne, dalla definizione degli obiettivi alla selezione dei canali di comunicazione più appropriati. Inoltre, vengono presentate strategie per la creazione di messaggi chiari e persuasivi, capaci di raggiungere e coinvolgere diversi segmenti di pubblico. Un elemento distintivo riguarda l’attenzione rivolta all’etica nella comunicazione politica. In un’epoca in cui la disinformazione e le notizie false sono all’ordine del giorno, il testo sottolinea l’importanza di garantire standard etici elevati. Viene discusso, pertanto, come sviluppare campagne che risultino non solo efficaci, ma anche trasparenti e rispettose dei principi democratici. Questo aspetto diventa fondamentale per costruire e mantenere la fiducia del pubblico. I consigli (e le metodologie) sviluppati sono pensati per essere utili a un’ampia gamma di lettori. I professionisti della comunicazione politica vi troveranno la conferma di strumenti avanzati per migliorare il loro lavoro, mentre gli studenti e gli appassionati del settore potranno acquisire una comprensione più profonda delle dinamiche comunicative che influenzano la politica contemporanea. Anche chi non lavora direttamente nel settore, quindi, potrà trarre beneficio dalla lettura, sviluppando una maggiore consapevolezza critica rispetto ai messaggi politici che riceve quotidianamente.
Per entrare nel merito dei contenuti, il manuale è suddiviso in undici capitoli, ciascuno dei quali affronta un aspetto specifico della comunicazione politica.
1. Le diverse generazioni della comunicazione politica
Introduce le generazioni della comunicazione politica, dal contatto diretto tra politici e cittadini, all’era della televisione, fino all’attuale epoca digitale. Viene illustrata l’evoluzione storica della comunicazione politica e come ciascuna generazione abbia influenzato le dinamiche di interazione tra politici e opinione pubblica.
2. I protagonisti e le fasi della comunicazione politica
Esamina il ruolo del sistema politico, dei media e dei cittadini-elettori nelle diverse fasi storiche della comunicazione politica, delineando, altresì, le funzioni e le interazioni tra i tre protagonisti fondamentali della comunicazione politica, descrivendo opportunamente le principali fasi storiche che hanno segnato l’evoluzione del rapporto tra politica e comunicazione.
3. La comunicazione politica tradizionale
Analizza i metodi tradizionali di comunicazione politica, caratterizzati da una comunicazione unidirezionale e mediata, focalizzandosi su come i messaggi politici venivano veicolati attraverso i media tradizionali, quali stampa e televisione, e il ruolo dei gatekeeper nel controllo e nella diffusione delle informazioni politiche.
4. Evoluzione della comunicazione politica mediatica
Approfondisce il passaggio dalla comunicazione statica a quella dinamica, grazie alla moltiplicazione dei canali televisivi e all’avvento di Internet. Viene discussa la transizione dal modello di comunicazione centralizzato e controllato a uno più frammentato e interattivo.
5. Dal sito internet al blog
Studia l’evoluzione della comunicazione politica online, dal sito web al blog. È illustrato come la creazione di contenuti su piattaforme personali abbia trasformato il modo in cui i politici comunicano con il pubblico e come i blog siano diventati strumenti potenti per il dibattito politico e la diffusione delle idee.
6. Dal blog al social network site
Esplora l’impatto dei social network sulla comunicazione politica, vagliando piattaforme come Facebook, Twitter (o X), YouTube, Instagram, TikTok e LinkedIn. Viene approfondito il ruolo dei social media nella creazione di comunità virtuali, nella mobilitazione politica e nell’influenzare l’opinione pubblica.
7. La comunicazione politica e il web writing
Sviluppa le tecniche di scrittura per il web, applicate alla comunicazione politica. Si discute come la scrittura digitale differisca da quella tradizionale e come le tecniche di web writing possano essere utilizzate per creare contenuti politici, efficaci e coinvolgenti.
8. La nuova comunicazione politica
Illustra le caratteristiche della comunicazione politica moderna, interattiva e partecipativa, e le sue implicazioni per la democratizzazione dell’informazione e la polarizzazione del dibattito pubblico. Viene esposto come la comunicazione immediata e non filtrata sui social media abbia cambiato il panorama politico e le dinamiche del dibattito pubblico.
Le nuove strategie di comunicazione politica
Espone e spiega le strategie moderne di comunicazione politica, inclusa la micro-targetizzazione, l’impatto delle fake news e il ruolo degli influencer. Ed esamina come i politici utilizzino tecniche avanzate di marketing digitale per raggiungere e mobilitare gli elettori e come la disinformazione e le fake news rappresentino una minaccia per la democrazia.
10: La comunicazione politica e l’AI
Partendo da una panoramica storica sull’Intelligenza Artificiale, scandaglia le sue origini e i principali sviluppi che l’hanno portata a diventare una componente cruciale della moderna comunicazione politica. È tracciato il percorso dalle prime teorie sull’AI fino agli avanzamenti tecnologici contemporanei, illustrando come sia passata da una fase sperimentale a un elemento integrato nei processi di analisi e di strategia politica.
L’AI è descritta come una tecnologia che utilizza algoritmi di machine learning per analizzare grandi quantità di dati, individuare pattern e fare previsioni. Le sue applicazioni spaziano dall’analisi dei sentimenti sui social media alla profilazione degli elettori, consentendo una comprensione più approfondita delle tendenze elettorali e dei comportamenti dei votanti. Prosegue, poi, approfondendo le principali applicazioni dell’AI nella comunicazione politica contemporanea. L’AI permette di raccogliere e analizzare enormi volumi di dati provenienti da diverse fonti, come sondaggi, social media e registri elettorali. Gli algoritmi di machine learning possono identificare tendenze e pattern che sarebbero impossibili da individuare manualmente. Grazie alla capacità di profilare gli elettori in base a comportamenti e preferenze, l’AI consente campagne di micro-targeting altamente personalizzate. I messaggi politici possono essere adattati a segmenti specifici dell’elettorato, aumentando l’efficacia delle campagne elettorali. L’AI viene utilizzata anche per creare chatbot, che interagiscono con gli elettori in tempo reale, rispondendo a domande, fornendo informazioni sui candidati e le loro politiche, e raccogliendo feedback. Gli algoritmi di AI possono analizzare i sentimenti espressi nei post sui social media, nei commenti e negli articoli di news, fornendo ai politici una visione immediata di come vengono percepiti dal pubblico e quali sono le tematiche più sensibili. Approfondisce, altresì, l’integrazione dell’AI nella comunicazione politica, mostrando i benefici e le criticità che ne derivano. L’AI permette una personalizzazione estrema dei messaggi politici, adattandoli alle esigenze e ai bisogni specifici di diversi segmenti dell’elettorato. Questa capacità di personalizzare i contenuti aiuta a creare una connessione più forte e diretta con gli elettori. L’utilizzo dell’AI, quindi, aumenterà l’efficienza delle campagne elettorali, consentendo di indirizzare le risorse in modo più preciso, ottimizzando i messaggi per massimizzarne l’impatto. Piroddi non si limita a trattare dei benefici, ma affronta, in maniera problematica, anche i rischi associati all’uso dell’AI nella politica, come la manipolazione dell’opinione pubblica, la diffusione di fake news e la creazione di echo chambers, che polarizzano ulteriormente il dibattito politico. Un altro aspetto cruciale trattato riguarda la questione aperta e, allo stato, oggetto di polemiche scientifiche, destinate ad intensificarsi, sulle implicazioni etiche e sulle minacce derivanti da un utilizzo letale, anche sul piano bellico, dell’AI. Piroddi, responsabilmente, invoca l’urgente e irrinunciabile bisogno di regolamentare, in maniera efficace, sul piano nazionale e internazionale, la “rivoluzione” in atto dell’AI, affinché venga impiegata in modo trasparente e responsabile, evitando abusi, sopraffazioni, anche della criminalità organizzata, e proteggendo la privacy dei cittadini.
11. Conclusioni
Riporta le riflessioni finali di Piroddi sul futuro della comunicazione politica nell’era digitale. Viene sottolineata l’importanza di un uso etico e responsabile delle nuove tecnologie nella politica e la necessità di promuovere una partecipazione democratica più inclusiva e informata.
Riassumendo, questo saggio-manuale costituisce una guida essenziale per chiunque voglia comprendere le complesse interazioni tra politica e comunicazione. Attraverso un’analisi dettagliata e rigorosa, offre una visione approfondita e sfaccettata di un campo in continua evoluzione, mettendo in luce le dinamiche che governano la comunicazione politica, nei contesti locali e globali. Non si limita a descrivere gli aspetti teorici della materia, ma fornisce anche strumenti pratici per analizzare criticamente il panorama politico contemporaneo. Grazie a esempi concreti, case studies e un ricco apparato di riferimenti bibliografici, inseriti alla fine di ciascun capitolo, il lettore viene accompagnato in un percorso di apprendimento che lo rende capace di decifrare i messaggi politici, riconoscere le strategie comunicative e comprendere l’impatto dei media sulla formazione dell’opinione pubblica. Uno degli aspetti più rilevanti di questo pregevole lavoro di Piroddi risulta la sua capacità di stimolare la riflessione e il dibattito. Le questioni affrontate, infatti, vengono trattate con un approccio multidisciplinare che abbraccia la sociologia, la psicologia, la scienza politica e gli studi sui media, offrendo così una comprensione completa e integrata del fenomeno, con un invito al lettore a interrogarsi sulle proprie percezioni e a sviluppare una consapevolezza critica delle informazioni ricevute, diventando un osservatore più consapevole e un partecipante più informato del discorso politico: in sintesi, una partecipazione attiva e un pensiero critico, come strumenti fondamentali per una cittadinanza responsabile. In un’epoca caratterizzata da una sovrabbondanza di informazioni e da una crescente polarizzazione politica, la capacità di distinguere tra informazione e disinformazione diventa cruciale, per il futuro stesso della democrazia.
Ecco perché l’opera di Riccardo Piroddi si rivolge ad un pubblico ampio, comprendendo studenti e studiosi di scienze sociali e della comunicazione, nonché professionisti del settore politico e mediatico, ma anche, e soprattutto, i cittadini interessati a migliorare la propria comprensione delle dinamiche politiche. Il linguaggio chiaro e accessibile, unito alla profondità dell’analisi, la rende un prezioso strumento educativo e formativo, a livello generale, in quanto, arricchisce il lettore di conoscenze e lo trasforma in un soggetto attivo e consapevole, capace di navigare con cognizione di causa nel complesso mondo della politica e della comunicazione. Un’opera che merita di essere letta, studiata e discussa, in quanto rappresenta un contributo significativo al dibattito contemporaneo sulla politica, i media e il futuro, tanto precario, delle democrazie occidentali.

 

 

 

La Città di Dio di Agostino d’Ippona

Cittadini nell’anima

 

 

 

 

La città di Dio di Agostino, vescovo di Ippona, è un testo fondamentale nella storia del pensiero cristiano occidentale, una difesa del cristianesimo contro le accuse di aver causato il declino di Roma e una profonda riflessione sul destino dell’uomo e sulla storia universale.
Agostino iniziò a scrivere La città di Dio nel 413 d.C., tre anni dopo il sacco di Roma da parte dei Visigoti guidati da Alarico. Questo evento fu traumatico per l’Impero Romano e molti pagani attribuirono la catastrofe al rifiuto degli dèi tradizionali in favore del cristianesimo. In risposta, il filosofo elaborò l’idea secondo cui la storia umana fosse un campo di battaglia tra due “città”: la Città di Dio e la città terrena (o città del diavolo), che si contendono le anime degli uomini.
Agostino propone un modello della storia profondamente radicato nella teologia cristiana, che si discosta dalle interpretazioni classiche e pagane del suo tempo. Ritiene, infatti, che la storia non sia un ciclo di ascese e cadute senza significato o un semplice sfondo per le gesta umane, ma un palcoscenico su cui si svolge un dramma divino. Questa visione lineare e teleologica è guidata dalla volontà del Signore e orientata verso una conclusione definita: la realizzazione del regno di Dio. Secondo Agostino, ogni evento storico, comprese le calamità e le tragedie, dev’essere visto come parte del disegno provvidenziale divino. Tale approccio rassicura i credenti, suggerendo che, nonostante le apparenze, tutto contribuisce al bene ultimo dell’umanità sotto la sovranità di Dio. Ciò infonde un senso di speranza e scopo, in quanto la storia non è caotica o arbitraria, ma ha una direzione e un significato imposti da Dio.
L’opera di Agostino è celebre soprattutto per la sua distinzione tra due città metaforiche: la Città di Dio e la città terrena. Queste non sono località geografiche, ma rappresentazioni di due modi di esistenza, due ordini d’amore e due destini eterni.
La Città di Dio è caratterizzata dall’amore di Dio fino al disprezzo di sé. Gli abitanti di questa città amano Dio sopra ogni cosa e il loro amore è disinteressato e puro. Seguono le leggi divine e cercano la pace eterna, che viene solo da Dio. La Città di Dio non è limitata al cielo o alla vita dopo la morte; inizia nel cuore dei credenti qui sulla terra e si estende all’eternità. È una comunità fondata sulla fede, la speranza e la carità.
La città terrena, invece, è dominata dall’amore di sé fino al disprezzo di Dio. Gli abitanti di questa città pongono se stessi e i loro desideri al di sopra di tutto, cercando potere, ricchezza e successo mondani. Questa città simboleggia la corruzione, l’avidità e l’orgoglio umano e sarà inevitabilmente destinata alla distruzione. Agostino chiarisce che le due città si intrecciano nella storia umana; i loro abitanti vivono fianco a fianco, spesso indistinguibili l’uno dall’altro, ma i loro destini sono opposti.
La distinzione tra le due città permette ad Agostino di interpretare la storia umana come una lotta morale e spirituale, piuttosto che solo politica o militare. Ogni individuo, ogni comunità e ogni evento possono essere valutati in base a questa dualità, offrendo una chiave interpretativa che va oltre il visibile e il temporaneo.


L’opera è divisa in due parti, distinte ma interconnesse. Nei primi dieci libri, il teologo critica la religione pagana e la storia romana, demolendo l’idea che la grandezza di Roma fosse legata al favore degli dèi pagani. Qui Agostino utilizza la sua vasta erudizione e argomentazioni filosofiche per dimostrare la superiorità morale e teologica del cristianesimo. I libri 1-5 costituiscono una risposta alle accuse che i pagani rivolgevano ai cristiani, attribuendo loro la colpa delle sfortune di Roma, inclusi il sacco del 410 e altri disastri. Agostino ripercorre la storia di Roma, evidenziando come catastrofi simili si fossero verificate anche in epoche di devozione agli dèi pagani. Inoltre, riflette sulla natura della vera giustizia e sulla caducità dei beni terreni. Nei libri 6-10 continua la sua critica della religione romana, discutendo la natura degli dèi gentili e la loro inadeguatezza a fornire una guida morale o a garantire il benessere della comunità. Confronta poi le virtù praticate dai cristiani con quelle dei romani, sostenendo che le cristiane siano superiori perché radicate nell’amore per Dio piuttosto che nella ricerca della gloria terrena. Nei successivi dodici libri espone la sua visione teologica della storia quale dramma cosmico tra bene e male, introducendo concetti che saranno poi fondamentali per la teologia cristiana, come la predestinazione e la grazia divina. I libri 11-14 trattano delle origini delle due città, la città di Dio e la città terrena. Agostino esamina la storia biblica, da Adamo fino al diluvio e all’Alleanza di Dio con Abramo, interpretando questi eventi come manifestazioni del conflitto tra l’amore per Dio (che definisce la Città di Dio) e l’amore per sé (che definisce la città terrena). Nei libri 15-18 l’analisi si sposta sulla storia di Israele e sulle sue figure chiave, come Davide e i profeti, che Agostino intende quali prefigurazioni di Cristo e della Chiesa. Questa parte illustra come la Città di Dio si sia sviluppata e mantenuta attraverso la storia ebraica, nonostante la corruzione e le cadute periodiche. Nei libri 19-20 vaglia il fine ultimo delle due città. Il libro 19 è famoso per la sua trattazione della natura della pace, che definisce come “la pace dei cieli”, superiore e diversa da qualsiasi pace terrena. Il libro 20 tratta della resurrezione dei morti e del Giudizio Finale, momenti in cui le sorti delle due città saranno eternamente decise. Infine, gli ultimi due libri, 21 e 22, mostrano le pene eterne che attendono gli abitanti della città terrena e le beatitudini eternamente godute dagli abitanti della Città di Dio, descrizioni adottate per esortare i lettori a cercare la città celeste e a vivere una vita in conformità con i valori cristiani.
L’influenza di La città di Dio si estende ben oltre il contesto religioso, ispirando anche la filosofia politica e la teoria del diritto. L’opera ha contribuito alla formazione della concezione medievale del regno di Dio sulla terra e ha edificato una base per la teologia della storia, che vede gli eventi umani sotto la guida della provvidenza divina. La città di Dio non è solo un’apologia del cristianesimo in un’epoca di crisi ma anche un profondo esame del significato della storia e del destino umano. La dualità tra la città celeste e quella terrena costituisce una potente metafora della lotta eterna tra bene e male, riflettendo le ansie e le speranze di un’epoca in trasformazione. Attraverso questo testo, Agostino difende la sua fede ma traccia anche una mappa per la comprensione cristiana del mondo che resisterà per secoli.

 

 

 

 

Julius Evola cinquant’anni dopo la morte
(11 giugno 1974)

 

 

 

Julius Evola (1898-1974) è stato uno dei filosofi italiani più controversi del XX secolo, noto per le sue posizioni radicali e la sua visione del mondo che abbraccia il tradizionalismo e il misticismo. Pensatore poliedrico, le sue opere spaziano dalla filosofia alla metafisica, dalla critica culturale alla storia delle religioni. La sua eredità intellettuale continua a suscitare dibattiti sia in ambito accademico che politico.
Giulio Cesare Andrea Evola, conosciuto come Julius, nacque a Roma, il 19 maggio 1898. Dopo aver frequentato il liceo classico, si iscrisse alla facoltà di Ingegneria, che abbandonò per dedicarsi alla pittura e alla letteratura. Durante la sua giovinezza, fu influenzato dai movimenti avanguardistici e dal dadaismo, prima di rivolgersi definitivamente alla filosofia e alla spiritualità.
Il pensiero di Evola è caratterizzato da una forte critica della modernità e da un ritorno ai valori tradizionali e aristocratici. Si opponeva al materialismo, al razionalismo e al progressismo, che considerava responsabili della decadenza dell’Occidente. La sua filosofia si fonda su principi chiave, quali la tradizione, vista come antidoto alla disgregazione moderna e considerata un insieme di principi eterni e universali, trasmessi attraverso le civiltà antiche e le grandi religioni; il superamento dell’Io, influenzato dalle filosofie orientali e dall’esoterismo, sosteneva la necessità di superare l’ego individuale per raggiungere una dimensione spirituale superiore; gerarchia e ordine, una società ideale deve essere gerarchica e ordinata, guidata da un’élite spirituale e aristocratica, vedendo nell’epoca medievale un esempio di tale struttura contrapposta al livellamento democratico moderno; simbolismo e misticismo, cui attribuiva grande importanza come vie per comprendere la realtà trascendente.


Tra le sue opere principali, Rivolta contro il mondo moderno (1934), in cui delinea una critica radicale della civiltà moderna e propone un ritorno ai valori tradizionali; Metafisica del sesso (1958), dove esplora la dimensione spirituale della sessualità vista come un mezzo per raggiungere stati superiori di coscienza; Il cammino del cinabro (1963), un’autobiografia intellettuale in cui riflette sulla sua vita e sulle sue opere, offrendo una visione d’insieme del suo percorso filosofico; Cavalcare la tigre (1961), un manuale di sopravvivenza spirituale per l’individuo moderno, in cui consiglia come affrontare la crisi dei tempi a lui presenti senza compromessi con il decadimento.
L’influenza di Evola si estende ben oltre il suo tempo, avendo avuto un impatto significativo su vari movimenti tradizionalisti, spirituali e politici. Tuttavia, la sua vicinanza a ideologie estremiste e il suo coinvolgimento con il fascismo hanno sollevato numerose controversie e critiche. Rimane comunque una figura polarizzante, il cui pensiero continua a essere studiato e reinterpretato. La sua critica alla modernità e il richiamo a valori trascendenti trovano ancora risonanza in certi ambienti intellettuali e spirituali, dimostrando la perenne attualità delle sue riflessioni.

 

 

 

State, sovereignty, law and economics
in the era of globalization

 

 

 

Taken from my lectures as a Teaching Fellow in International Law, these reflections highlight how State sovereignty and International Law are profoundly influenced by globalization, economic integration and digital technologies, raising fundamental questions about global governance, State autonomy and the adaptation of legal structures to new economic and technological realities.

 

Part VIII

To conclude

 

Globalization and technological advancement have stripped States of significant portions of sovereignty, undermining their ability to independently exercise legislative power, a fundamental aspect in tax regulation. Cyberspace eradicates physical barriers, making borders permeable and creating spaces unregulated by any State authority, floating between the territorial realities defined by countries. This gives rise to de-territorialised digital environments, characterized by a widespread lack of physical tax identity and the virtualization of tax bases, escaping traditional tax logic. In this context, profits generated beyond national borders become nearly unreachable for State taxes. Thus, the internet is configured as a lawless territory, where State sovereignty seems to lose its grip, leaving room for a new order to be built. While the State attempts to maintain control over the remnants of sovereignty eroded by the digital, projecting them onto static taxpayers, mobile incomes, and capitals benefit from the elimination of geographical distances thanks to technology, moving silently and without leaving tangible traces.
The advent of the internet has posed new challenges to State taxation, pushing towards an adaptation of sovereignty principles to the dynamics of e-commerce. Internationally, efforts have been made to create a uniform legal framework that balances the fiscal needs of States with the development of digital commerce, through international cooperation and the renegotiation of traditional tax principles.
The issue of regulating the web legally calls for a radical change in perspective, rising above the earthly and traditional conceptions of law and its violation. Globalization challenges the linearity of legal thought, inviting a vertical reflection that can accommodate the complexities of the digital world. In this scenario, the law takes on a new dimension, seeking to give shape and limits to transgression, distinguishing itself from a purely moral approach and trying to establish a balance between the fluidity of digital relations and the need for a legal order that can regulate them effectively.

 

 

 

 

La società aperta e i suoi nemici
di Karl Popper

Il manifesto razionale di libertà

 

 

 

 

La società aperta e i suoi nemici, pubblicata da Karl Popper in due volumi, tra il 1943 e il 1945, presenta una critica radicale al totalitarismo e difende con passione il valore delle società democratiche e liberali. La sua analisi si estende attraverso la filosofia, la storia e la politica, rendendola una pietra miliare nel pensiero del XX secolo.
Il testo fu redatto durante gli anni della Seconda guerra mondiale. Popper stesso, originario di Vienna e di famiglia ebraica, visse gli orrori del totalitarismo nazista prima di fuggire in Nuova Zelanda, dove poi scrisse l’opera. Il contesto storico è fondamentale per comprendere l’urgenza e l’impeto con cui l’Autore attacca quelle teorie filosofiche che, secondo lui, avevano pavimentato la via ai regimi totalitari.
Il filosofo descrive la società aperta come un sistema sociale caratterizzato dalla flessibilità, dalla capacità di auto-correzione e dal governo attraverso decisioni consensuali piuttosto che coercitive. La società aperta promuove l’innovazione e il cambiamento continuo, incoraggiando il dibattito, la critica e la diversità di opinioni. La sua essenza sta nell’abilità degli individui di vivere senza imposizioni da parte dell’autorità e di partecipare attivamente alla formazione delle politiche pubbliche. Per meglio comprendere la società aperta è utile considerare il suo opposto: la società chiusa. Questa è caratterizzata da strutture statiche e gerarchiche, dove il cambiamento è percepito come una minaccia all’ordine sociale stabilito. Le società chiuse spesso mitizzano il passato e aderiscono a ideologie rigidamente deterministiche, che giustificano il controllo autoritario e la limitazione delle libertà individuali. Popper vede tali caratteristiche proprio nei regimi totalitari del suo tempo, che sfruttano tali ideologie per sopprimere il dissenso e mantenere il potere.
Il filosofo critica aspramente le teorie storico-deterministiche di Platone, Hegel e Marx, accusandoli di essere “nemici” della società aperta, a causa delle loro visioni utopiche e totalitarie, che sostengono una inevitabile marcia verso determinati ideali politici, giustificando così il sacrificio degli individui per obiettivi collettivi supposti. Egli sostiene che questa visione della storia sia scientificamente infondata e pericolosamente vicina a giustificare i peggiori eccessi dei regimi autoritari. La storia, al contrario, è fatta di scelte imprevedibili e l’azione umana è caratterizzata da una responsabilità morale individuale, non da traiettorie prefissate. Per questo, propone ciò che chiama “razionalismo critico”, un approccio che valorizza la discussione aperta e il miglioramento incrementale della società attraverso la scienza e la critica piuttosto che con rivoluzioni violente.
Popper stigmatizza Platone per il suo idealismo e la sua teoria dello Stato governato da filosofi-re, che giudica come l’antitesi della democrazia. Il modello platonico promuove una società chiusa e statica, dove il cambiamento è inteso quale corruzione dell’ordine ideale. Attacca Hegel per il suo orientamento assolutista e la sua filosofia della storia, che presenta uno sviluppo dialettico verso uno stato finale di libertà assoluta, riscontrandovi addirittura l’antecedente ideologico del nazionalsocialismo tedesco e del fascismo italiano, valutazione che si estende anche a teorie che predicono inevitabili conclusioni storiche, compreso il marxismo. Anche riconosce in Marx un’intenzione morale di migliorare le condizioni delle classi lavoratrici, disapprova il suo determinismo economico, sostenendo che, nonostante le sue intenzioni, finisca per fornire una giustificazione filosofica all’autocrazia rivoluzionaria, che si presume agisca nel nome dell’inevitabile marcia della storia verso il comunismo.La parte conclusiva dell’opera è dedicata alla difesa della società aperta, che Popper identifica con la democrazia liberale, interpretata non solo come un sistema politico, ma come ethos culturale che valorizza la libertà individuale, il pluralismo e il cambiamento progressivo attraverso metodi pacifici e razionali. La democrazia liberale è innanzitutto un processo. Non è statica né definita da una particolare configurazione istituzionale, ma è un sistema dinamico che consente il cambiamento e l’adattamento. Il filosofo critica le visioni utopiche che vedono la politica come ricerca di un ordine ideale e immutabile. Al contrario, asserisce che la società aperta sia caratterizzata da “una disposizione a imparare dall’errore”, qualità che permette alle società democratiche liberali di correggersi e migliorarsi continuamente. Eleva il concetto di tolleranza a principio fondamentale della società aperta, pur avvertendo contro il “paradosso della tolleranza”: infatti, la tolleranza illimitata può portare alla distruzione della tolleranza stessa, se si permette ai tolleranti di sfruttare la libertà offerta per sopprimere i diritti altrui. In una società aperta, la tolleranza richiede un equilibrio attivo, a cui i limiti sono posti per prevenire l’ascesa di forze intolleranti e autoritarie. Un aspetto risolutivo della democrazia liberale è costituito dall’importanza del disaccordo e del dibattito aperto. Popper sostiene che il progresso scientifico e sociale si verifichi per mezzo di un costante processo di congettura e confutazione, dove le teorie sono proposte, testate e spesso confutate. Analogamente, la democrazia deve operare attraverso un dialogo aperto e critico, in cui le politiche sono proposte, discusse e modificate in risposta ai giudizi e ai cambiamenti delle circostanze. Infine, pone una forte enfasi sui diritti individuali quale fondamento della democrazia liberale. La loro protezione non è solo una questione di giustizia legale o morale ma è essenziale per la creazione di un ambiente in cui gli individui possono pensare, esprimersi e agire senza paura di repressione, considerando ciò essenziale per il mantenimento di una società aperta e per il progresso continuo verso una migliore condizione umana.
La società aperta e i suoi nemici, quindi, non è solo un testo di filosofia politica, ma anche un appello accorato alla vigilanza e alla responsabilità individuale nelle società democratiche. L’analisi di Popper rimane estremamente rilevante oggi, in un’epoca in cui le democrazie sono nuovamente messe alla prova da forze autoritarie e populiste. La sua visione della società aperta offre un quadro prezioso per comprendere e affrontare le sfide contemporanee nel mondo politico e sociale. In un’era di crescente polarizzazione, populismo e attacchi alle istituzioni democratiche, il modello di società aperta di Popper serve come promemoria dell’importanza di mantenere e difendere i principi di apertura, tolleranza e dialogo democratico. La sua teoria rimane un potente strumento analitico per i difensori della libertà e della democrazia in tutto il mondo, esortando a non dare mai per scontata quella libertà e a combattere continuamente per la trasparenza, la comprensione e il dialogo, pilastri di ogni società veramente aperta.

 

 

 

 

State, sovereignty, law and economics
in the era of globalization

 

 

 

Taken from my lectures as a Teaching Fellow in International Law, these reflections highlight how State sovereignty and International Law are profoundly influenced by globalization, economic integration and digital technologies, raising fundamental questions about global governance, State autonomy and the adaptation of legal structures to new economic and technological realities.

 

Part VII

International Law and Tax Law

 

 

The process of conflict mediation emerges as a daunting challenge at the nexus of law and politics, embarking on a journey through duality and transformation. This text is imbued with deep reflections on the genesis of legal systems: every stable structure springs from chaos, perpetually sailing on the turbulent waters of uncertainty and potential dissolution. The figure of Janus, the Roman god with two faces looking towards both past and future, symbolizes this endless transition between creation and destruction, order and chaos, the internal and the external. Law, akin to Janus, embraces this essential duality, delving into the dynamics of construction and deconstruction, and contrasting warfare with peace, justice with force, State with territory, and politics with economy. “Janus in the mirror” mirrors the complex self-examination of law, challenging static perception and inviting to a fourfold reflection. This duality extends to the sovereignty of States, transformed and expanded beyond national boundaries by technology, suggesting a new understanding of space and territoriality in the digital age. The relationship between “de-nomosized” spaces and those to be “re-nomosized” reveals an ongoing dialogue between past and future, highlighting the need for a balance between tradition and innovation in law.
The sovereignty of a State, characterized by its capacity to autonomously regulate other wills within a given territory, is confronted with the challenges of globalization and power sharing. Legislation, inherently linked to State sovereignty, becomes a battleground between traditional exercises of power and the pressures of globalization, which reshape the coordinates of political and legal space. The progressive erosion of State sovereignty, catalysed by global interconnectedness and supranational dynamics, questions the very foundations of State power. In this context, new forms of cooperation and governance emerge, requiring a rethinking of traditional norms and principles in favour of a more inclusive and multilateral approach, reflecting the complexity of international and transnational relationships in an interconnected world.
The concept of fiscal sovereignty, understood as the State’s capacity to levy taxes within its territorial borders and as an expression of independence in international relations, reflects the complexity of global economic dynamics. The distinction between the power of taxation tied to territory and the transnational nature of investments raises fundamental questions about the regulation and application of fiscal laws. With the expansion of international trade, there is a highlighted need to adapt fiscal regulations to the realities of a globalized economy, recognizing both the territorial limits of the State and its ability to influence economic situations beyond its borders. This debate on the extraterritorial character of tax discipline underscores the importance of finding a balance between national sovereignty and international cooperation in the era of globalization.
The context of international law is characterized by its intricate web of rules, distinguished by the diversity of their sources and a substantive consistency in their aims. This framework reflects the sovereignty of each nation, seen as an autonomous and sovereign entity, particularly in the context of tax legislation, where the principle of exclusive territorial jurisdiction prevails.
Despite this, there is no unified body of laws governing international tax matters between States. Instead, tax law and international law merge to facilitate the harmonious coexistence of States, considered equal in their right to exercise sovereignty and in maintaining their supreme authority. This integration is based on international cooperation to resolve disputes between different tax jurisdictions, driven by global interaction and economic relations.
Thus, the concept of international tax law relies on conventions against double taxation in the absence of direct tax imposition. This branch of law, unlike private international law, does not aim to resolve discrepancies between laws but rather to manage conflicts between different fiscal claims. International tax treaties seek to limit the legislative power of States to mitigate instances of double taxation, with each State agreeing to relinquish a portion of its taxation right in favour of the other, based on principles of reciprocity and mutually agreed arrangements.
On the other hand, supranational tax law is distinguished by being issued by entities that override States, such as international organizations with their own legal personality, significantly broadening the scope of application compared to convention-based tax law. While the latter focuses primarily on preventing double taxation, supranational law can directly regulate the substance of tax laws, deeply influencing national legislations.
A prime example is the tax law of the European Union, which highlights the EU’s supremacy over its member States and whose impact on national laws is widely recognized. However, this does not necessarily imply a divergence between international tax law and EU law. Community law integrates into national legal systems through a process of adoption based on the founding treaties of the EU, thus highlighting its uniqueness and its particular effect on national legal systems, while remaining part of the broader context of international tax law.

 

 

 

 

State, sovereignty, law and economics
in the era of globalization

 

 

 

Taken from my lectures as a Teaching Fellow in International Law, these reflections highlight how State sovereignty and International Law are profoundly influenced by globalization, economic integration and digital technologies, raising fundamental questions about global governance, State autonomy and the adaptation of legal structures to new economic and technological realities.

 

Part VI

On Hegel again

 

The market narrative transforms into a tale of synchronism, capturing the temporal reality of individuals and propelling them into an electronic and offshore dimension where spatial and State boundaries dissolve. This process occurs in a context where anchorage becomes purely formal on a legal level and deeply meaningful economically. At the heart of market dynamics lies its very essence, outlined by a sphere where competition and the repetition of competitive challenges find their place. However, the existence of the market presupposes a legal and institutional framework, manifested through a set of laws, regulations, principles, and practices, thus inviting the State to participate, in a relationship where the market law becomes a matter for the State, sometimes in competition with other State entities.
In the global context, the uninterrupted presence of financial technology dominates, opening doors to new possibilities. The modern lex mercatorum operates in a globally undifferentiated and spatially de-qualified market, but still characterized by the political division into different States, aiming to overcome legal discontinuities and regulate uniformly the spatial deformity of territories, reconciling the needs of the stateless mercantile society with those of national States.
This situation introduces a dilemma between universality and multiplicity, renewing the concept of nomos, which no longer identifies with the unification of law and territory, but reflects the interdependence and independence of actors from the State, highlighting a permanent friction between States and markets. Consequently, the law finds itself weakened between the limited territoriality of norms and the universality of economic relations, challenging the old narratives of State.
This new dynamic sets Earth and Sea as symbols of the different potentialities of existence and contrasting scenarios of human history, where the Earth is seen as the mother of law and the Sea as a domain free from juridical and spatial boundaries, symbolizing infinite freedom.
Finally, the ancient act of land occupation, nomos, clashes with the universalism of economic exchanges, leading to the necessity of a new legal category that can rationalize the chaotic space of globalization. This need leads to the conception of a law that transcends terrestrial constraints, offering new perspectives to regulate the vast and indeterminate space of major economic exchanges, with technology emerging as a regulating principle. In this scenario, the law adapts to regulate the digital and transnational economy, challenging the traditional opposition between territorial law and global economy.
The rhetorical figure of the owl associated with Minerva is often invoked to attribute to Hegel and his philosophical thought a belated, almost posthumous role: that of intervening in reality only to confirm and ratify events that have already occurred. In this interpretation, Hegel’s philosophy would be reduced to an ideology that retroactively legitimizes what has already happened, thus representing a historical narrative written by the victors, emerging at twilight similarly to the appearance of an owl.
However, Hegel’s assertion that “what is real is rational, and what is rational is real” invites us to view the present through a conceptual lens, allowing the intellect to become an active agent in shaping reality. Consequently, the symbolism of the owl should not be interpreted as mere legitimization of the existing state of affairs, but rather as a call for thought to embark on a gradual and profound process of understanding, in order to mould the future. The task of conceptual elaboration thus proves essential for mediating and resolving conflicts, organizing them into a dynamic unity that, despite its cohesion, does not erase the distinctive peculiarities of each position.
Hegel thus emerges as the architect of thoughtful mediation, strongly opposing any attempt at immediate or superficial solutions. He criticizes the pursuit of intuitive and spontaneous genius, as well as rejects any form of mystical ecstasy or charisma, abhorring the presumption of those who claim to be direct spokespersons of divinity or interpreters of the absolute through altered states of consciousness. Dialectics, for Hegel, is precisely that method of thought capable of organizing and synthesizing conflict through careful and gradual elaboration, merging universality with the vital needs of every single component.