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E le stelle restarono a guardare?

 

 

La letteratura in latino dall’età tardo-antica all’alto Medioevo

 

 

Mi è capitato, non ricordo dove e nemmeno chi sia stato l’ideatore di questa bellissima metafora, di aver letto che il Medioevo è stato sì una notte, ma piena di stelle. In effetti, dalla caduta dell’Impero Romano fino almeno agli inizi dell’XI secolo, l’Europa non conobbe un periodo felice. Sembrava come se gli abitanti del mondo allora conosciuto, con le loro paure, i loro affanni quotidiani, la loro fame e sete, le loro malattie e i loro pochissimi momenti di gioia, fossero quasi scomparsi, per riapparire dopo circa quattrocento anni. Ma, allora, cosa accadde, almeno in campo culturale, tra il VI ed il X secolo dell’era Cristiana? E chi furono le stelle che, seppure debolmente, illuminarono quella notte? 330px-GiorcesBardo42Modifichiamo giusto un pochino la metafora, rimanendo, però, sempre nell’ambito della luce, e diciamo che il mondo romano portò in dote al Medioevo degli ottimi oli per caricare lampade e rischiarare la notte. Al primo posto di questa particolare classifica si piazzò Publio Virgilio Marone (immagine a sinistra). L’autore dell’Eneide, delle Bucoliche e delle  Georgiche fu considerato grandissimo poeta, immagine di civiltà, maestro di stile e, soprattutto, profeta del Cristianesimo perché, nell’Ecloga IV, predisse la nascita di un puer, un fanciullo che avrebbe annunciato una nuova Età dell’Oro, nascita che fu scambiata per quella di Cristo (la fortuna dei malintesi!). o-OVIDIO-facebookAl secondo posto, Publio Ovidio Nasone, poeta e scrittore, le cui opere  furono  messe  al  bando  dall’imperatore  Augusto  in persona perché giudicate troppo spinte (vorrei fargli leggere i libri di Melissa P. e vedere come reagirebbe questo Augusto!). Ovidio (immagine a destra) scrisse un’Ars Amatoria, nella quale raccontò le raffinate passioni sessuali dei cortigiani di Augusto (non sapeva proprio dove andare a ficcarlo il suo nasone!); le Heroides, ventuno lettere infuocate spedite da eroine della mitologia ai loro amanti, e Le Metamorfosi, opera che trasferì al Medioevo una grande quantità di notizie su dèi, dee, mezzi dèi, mezze dee e poveri cristi. Al terzo posto, a pari merito, Quinto Orazio Flacco, autore di Satire sui più comuni vizi umani: l’ambizione, l’avidità di ricchezza e il desiderio di fare presto carriera, e Marco Anneo Lucano, il narratore della Farsaglia, con cui rese conto della guerra civile tra Cesare e Pompeo, schiettamente, in modo fedele alla storia, senza favolette e trucchetti degli dèi, da qualche altro autore fatti scendere dall’Olimpo, sulla Terra, per farsi gli affari degli uomini. Al quarto posto, Publio Papinio Stazio, che in 12 anni di lavoro scrisse i 12 libri della Tebaide, uno all’anno, illustrando la guerra tra Eteocle e Polinice, mitici figli di Edipo e Gioacasta, e re di Tebe ad intervalli di un anno ciascuno. ciceroneE infine, last but not least, come dicono gli inglesi, Publio Terenzio Afro, autore di commedie, tanto per ridere un po’. Piazzamenti d’onore spettarono, poi, a Marco Tullio Cicerone (immagine a sinistra), maestro insuperabile di retorica, di stile e di cazziatoni etici e morali a destra e a sinistra, e a Lucio Anneo  Seneca,  precettore  e  consigliere  di  Nerone  (con scarsissimi risultati, se si tengono a mente i macelli che combinò, poi, l’imperatore), autore di opere filosofiche, scientifiche e di tragedie teatrali, il cui pensiero fu considerato integralmente cristiano perché qualcuno mise in giro la voce che si scambiasse lettere addirittura con San Paolo. Ammazza! E, a proposito di santi, non si possono non citare Sant’Agostino, vescovo di Ippona, filosofo, martello degli eretici, padre e dottore della Chiesa, e San Girolamo, anch’gli padre (figlio e spirito santo, amen!) e dottore della Chiesa, scrittore e studioso della Bibbia così bravo che, per la prima volta nella storia, la tradusse tutta quanta in latino.

scriptorium

Sant’Agostino

Aurelio Agostino, in quasi quarant’anni di vita, da quando, cioè, smise di godersela come un balordo, fino a poco prima della morte, sopraggiunta nel 430 dopo Cristo, scrisse opere importantissime per l’avvenire del Cristianesimo e della Chiesa: agostinoLa vita felice (questa, forse, non troppo importante), I soliloqui, L’immortalità dell’anima, Il libero arbitrio, Le Confessioni, La dottrina Cristiana, Contro i Manichei, Contro i Donatisti, Contro Pelagio, La Città di  Dio  e le  Ritrattazioni,  giusto  se,  casomai,  avesse  tralasciato qualcosa o scritto qualche stupidaggine. Cercò di avvicinare la filosofia platonica e neoplatonica al Cristianesimo, si impegnò, in prima persona, con prediche, scritti e pure qualche spiata, contro gli eretici e contro le eresie, che stavano lacerando la Chiesa delle origini. Formulò dottrine universali sul peccato originale, sulla grazia divina, sulla predestinazione e sul libero arbitrio. Anche se in gioventù non fu proprio uno stinco di santo, la Chiesa ce lo fece lo stesso e lo festeggia ogni 28 agosto.

San Girolamo

Sofronio Eusebio Girolamo, al contrario di Gesù Cristo che vi nacque, a Betlemme, dove aveva fondato tre o quattro conventi, ci morì, nel 420. Parlava correntemente latino, greco ed ebraico, lingue che gli furono molto utili quando decise di tradurre la Bibbia in latino, intitolandola, poi, Vulgata, dall’espressione vulgata editio, vale a dire, edizione per il popolo. Fu una grande trovata editoriale che vendette tantissime copie, divenendo, in brevissimo tempo, un best seller per soli ricchi, però. biblia-vulgataUna copia manoscritta della Vulgata, infatti, specialmente se miniata e glossata da qualche commentatore alla moda, almeno fino all’invenzione della stampa, nel XV secolo, costava quasi mezzo feudo. Girolamo aveva un caratteraccio e litigava in continuazione con “chicche e sia”, fossero questi sprovveduti, dotti, santi o peccatori, ma, in fondo in fondo, voleva bene a tutti, soprattutto alla gente comune. Per questo, elaborò una versione del massimo Testo Sacro cristiano facile da capire, usando, non la lingua dei letterati, ma quella di chi non aveva mai aperto un libro. Tradusse l’Antico Testamento dall’ebraico e il Nuovo dal greco, anche se, diciamo la verità, fece un po’ il furbo perché, in alcuni punti, rivide e corresse antiche traduzioni. La Chiesa, comunque, glielo perdonò e decretò di festeggiarlo ogni 9 maggio. Con Agostino e Girolamo può dirsi chiusa la cosiddetta età tardo-antica. Il sole che aveva dato luce al mondo classico tramontò e scese la notte, ma, in cielo, cominciarono a sorgere le prime stelle: Boezio e Cassiodoro.

Boezio

Se c’è stato uno sfigato come pochi, nella storia della cultura occidentale, bene, questi è Boezio. Un uomo che conobbe il successo personale più grande ma anche, e soprattutto, la miseria più nera. Anicio Manlio Severino Boezio nacque a Roma, intorno al 480, da una illustrissima famiglia, la gens Anicia. Sin da subito, la sua vita fu una collezione di guai e disgrazie. Neppure fanciullo, passò il primo guaio: il padre morì e fu affidato a un tutore, Aurelio Simmaco, di cui, poi, sposò la figlia, Rusticana, il secondo guaio, perché era una donna che non stava mai zitta e parlava, parlava, parlava, parlava. Parlava e ancora parlava! Quando il re degli Ostrogoti, Teodorico, conquistò l’Italia e si stabilì, con tutta la corte, a Ravenna, vi chiamò molti nobili di Roma, tra cui Boezio. Lì, fece una carriera brillantissima: fu eletto console e, poi, Magister officiorum, la più alta carica dello Stato. BoethiusCon una buona raccomandazione (le cose, in Italia, funzionavano così già 1500 anni fa!), fece eleggere consoli anche i due figli, Flavio Simmaco e Flavio Boezio. Tutto questo successo, personale e familiare, però, fu anche la sua rovina (il Signore dà e il Signore prende!), perché si tirò addosso l’invidia dei colleghi. In seguito a una soffiata, piena di falsità, infamità e bugie, fu accusato di ordire trame contro Teodorico. Il re ci credette, lo fece rinchiudere in carcere a Pavia e decapitare, dopo che gli furono strappati pure gli occhi. Capito un po’? Nel corso della vita, il nostro sfortunato romano scrisse molte cose. Tuttavia, il progetto a cui si impegnò di più fu la traduzione di tutte le opere di Platone e Aristotele, per dimostrare al mondo che, sotto sotto, i due famosissimi filosofi avevano detto quasi le stesse cose. Purtroppo, però, causa disgrazie, riuscì a tradurre soltanto parte degli scritti di logica di Aristotele e l’Isagoge di Porfirio. E, pure in quest’ultimo caso, la combinò grossa: alcuni passi del trattatello di questo discepolo del filosofo neoplatonico Plotino, infatti, qualche secolo dopo, avrebbero dato origine alla famosissima Disputa sugli universali, nel corso della quale il fior fiore dei filosofi, dei professori e degli uomini di cultura del Basso Medioevo avrebbero litigato a male parole e a librate! L’opera che gli permise di diventare uno degli autori più letti di tutto il Medioevo, e non solo, fu il De consolatione Philosophiae (La consolazione della Filosofia), scritta durante i due anni in galera. Una donna un po’ anziana, la Filosofia, apparve all’autore nella sua fredda cella con le pareti fradice: “Ma, dico io,” rimuginò, “non mi si poteva parare davanti una bella attrice, tipo Sharon Stone?”. L’attempata signora, per consolarlo, perché era proprio giù di morale, gli rammentò che lui non fosse l’unico disgraziato a passare tutti quei guai. Anzi, gli disse: “Uno più è sapiente, più sono sventure e malesorti!”. Il poveretto, allora, le elencò tutti i suoi guai e dolori vari, commuovendola così tanto, da farla scoppiare a piangere. Quando smise, riuscì soltanto a rispondergli: “Mio caro, povero Boezio, la vera felicità non è contenuta nell’avere soldi, potere, dieci cameriere, un garage pieno di macchine fuoriserie e un fusto di birra il cui rubinetto spilla all’infinito! La vera felicità coincide con Dio, verso cui bisogna tendere, se si vuole essere veramente felici!”. “Ma questa ci è venuta o ce l’hanno mandata?”, borbottò, tra i denti, il miserabile. Poi, le chiese: “Scusate, signora. Come mai, allora, le cose buone vanno sempre ai cattivi e agli imbroglioni e le persone perbene come me rimangono con i manici delle scope in mano?”.  “Quelli non sono veri beni”, rispose, “e le disgrazie sono utili per la salvezza della tua anima.” “L’anima tua e della tua consolazione, Filosofì!”, pensò.

Cassiodoro

Una sorte decisamente migliore perché, almeno, morì nel suo letto, toccò a Cassiodoro. Flavio Magno Aurelio Cassiodoro Senatore (finalmente abbiamo finito col nome!) nacque a Squillace, in Calabria, nel 490. Il suo casato, prestigiosissimo e onoratissimo, era imparentato con quello di Boezio. Anche all’epoca, si faceva tutto in famiglia e, alla corte di Teodorico, lo sostituì come Magister officiorum. Cassiodoro fu più furbo del suo parente. Gesta_Theodorici_-_Flavius_Magnus_Aurelius_Cassiodorus_(c_485_-_c_580)Per accattivarsi le simpatie di re Teodorico, gli dedicò l’Historia Gothica (Storia dei Goti), dove ripeté tante volte che il sovrano ostrogoto era il migliore del mondo e che gli Ostrogoti erano i barbari meno barbari di tutti. Ritiratosi dalla vita politica con una buonissima pensione, raccolse tutti i documenti, elaborati durante i suoi uffici a corte, pubblicandoli in un libro, intitolato Variae, a causa dei vari argomenti che conteneva. Scrisse anche le Institutiones divinarum et saecularium litterarum (Istituzioni delle lettere sacre e profane), una dottissima introduzione allo studio delle Sacre Scritture e delle arti liberali, molto letta nei secoli successivi. Fondò pure un monastero, a Vivario, non lontano da casa e, all’età di 92 anni, invece di mettersi definitivamente a riposo, scrisse il trattato De orthographia (L’ortografia) per evitare che i monaci, mentre trascrivevano manoscritti e  codici antichi nello scriptorium del suo convento, copiassero una cosa per un’altra.

Isidoro di Siviglia

Spostiamoci un attimo in Spagna per conoscere un altro grand’uomo di questo periodo: Isidoro di Siviglia. downloadNato verso il 560, proveniva da una famiglia di bravissime persone: i tre fratelli, Leandro, Fulgenzio e Fiorentina, furono tutti beatificati e lui, fu fatto addirittura santo. Si dice anche che egli stesso convertì al Cristianesimo i Visigoti conquistatori della Spagna. Fu vescovo di Siviglia e scrisse opere di storia, di grammatica e anche un’enciclopedia. Nel suo capolavoro, le Etymologiae, in venti libri, riunì tutte le conoscenze del suo tempo, prendendo spunto dall’origine delle parole. A lui, infatti, si deve il motto secondo cui “nomina (e cognomina, aggiungo io) consequentia rerum sunt” (i nomi sono conseguenza delle cose), per cui, chi si chiama Rosa, dev’essere bella come il fiore, chi si chiama Serena, dev’essere calma e tranquilla, chi Orso, un po’ animalesco, chi per cognome ha Bassi, forse non sarà tanto alto, e chi Casini, o è un pasticcione o va con le donne di malaffare.

 

 

 

Il legato di Innocenzo III e la soluzione ai problemi di oggi

 

 

 

Agli inizi del ‘200, in quella regione della Francia meridionale chiamata, all’epoca, Linguadoca, poiché vi si parlava la lingua d’oc, la lingua delle poesie dei trovatori e dell’amor cortese, imperversava, dal punto di vista della Chiesa Cattolica Romana, la tremenda eresia catara. Questa postulava il dualismo teologico, ovvero l’esistenza di due divinità, un Dio malvagio e un Dio buono. I catari ritenevano che il mondo materiale fosse l’inferno, che il corpo degli uomini fosse stato creato dal Dio malvagio e l’anima, invece, dal Dio buono. La salvezza, credevano, avvenisse attraverso Gesù Cristo: egli avrebbe rivelato la verità, liberato gli spiriti imprigionati nei corpi e indicato la via per giungere al Dio Buono. Codeste dottrine, unite al rifiuto in toto dei beni materiali e di tutte le espressioni della carne, risultarono terribilmente pericolose agli occhi di Sua Santità Innocenzo III (immagine a destra) e dell’establishment cattolico. Il papa, quindi, si prodigò alacremente per sterminare i catari ed estirpare, così, il loro credo velenoso. Dopo aver tentato invano di coinvolgere il re di Francia Filippo Augusto, riuscì ad armare un esercito, capeggiato da alcuni feudatari del sovrano, al comando di Simon de Montfort. Il 22 luglio del 1209, i mercenari del papa penetrarono dentro le mura  della città di Béziers, abbandonandosi agli assassinii più laidi e alle devastazioni più truci. Colà, però, non vi erano rifugiati solo i catari, ma anche cattolici fedeli al papa e alla santa dottrina della Chiesa. qIl legato pontificio Arnaud Amaury, interrogato da un soldato sul modo con cui distinguere gli eretici dagli altri, rispose: “Uccideteli tutti! Dio riconoscerà i suoi!”. Questa terribile storia fornisce il pretesto per una riflessione più che attuale: in quelle zone della Terra attanagliate da gravi problemi come la malavita organizzata, il terrorismo, le guerre civili, le prepotenze, i soprusi, quelle zone in cui, insomma, i problemi sono cagionati dagli uomini, se si potesse adottare il metro di Arnaud Amaury, probabilmente, si risolverebbe tutto, tanto, poi, Dio riconoscerà i suoi!

 

Pubblicato il 23 agosto 2011 su www.caravella.eu

 

 

Guido Cavalcanti

 

di

Riccardo Piroddi

 

 

 

Guido Guinizzelli è stato il teorico del Dolce Stil Novo, l’altro Guido, come lo chiamò Dante (Purg. XI, v. 97) ne ha rappresentato il maggiore esponente. Fiorentino, nacque più o meno nel 1260, dalla nobile famiglia Cavalcanti, mercanti molto ricchi. Notissime erano, a Firenze, quasi fossero un punto cardinale, le terre e le case dei Cavalcanti, situate non lontane dalla Chiesa di Santa Maria in Campidoglio, nei pressi del Mercato Vecchio. Da giovane, era stato mandato dal padre a studiare la filosofia da Brunetto Latini e proprio lì aveva conosciuto il futuro sommo poeta, divenendone amico fraterno. imageGuelfo bianco convinto, per dare il buon esempio, cercando, in tal modo, di calmare un po’ le tormentatissime acque in città, aveva sposato Bice degli Uberti, figlia del famoso Farinata, il segretario comunale del PGF, Partito Ghibellino Fiorentino. Tutto questo, comunque, era servito a poco o niente. La tensione, a Firenze, era sempre altissima, tanto che quando non si riuscivano ad eliminare gli avversati in casa, si mandavano i sicari a raggiungerli in trasferta. Durante un pellegrinaggio al santuario di Santiago di Compostela, infatti, nei pressi di Tolosa, Guido prese una coltellata alla schiena, inflittagli da un assassino mandato da Corso Donati, il capo dei guelfi neri. Si salvò per miracolo! Incurante dei numerosi pericoli e della sua incolumità fisica, si fece eleggere al Consiglio Generale. Solo pochi anni dopo, però, ne fu escluso, quando Giano della Bella, un aristocratico passato a sinistra, fece approvare la riforma degli “Ordinamenti di Giustizia”, vietando, ai nobili non iscritti ai sindacati, l’accesso alle cariche pubbliche. Il 24 giugno del 1300, dopo aver preso parte ad una mega rissa in cui guelfi bianchi e neri se le erano suonate di santissima ragione, fino a quando non erano rimaste in piedi che due-tre persone, essendo lui un capo fazione, fu punito con l’esilio a Sarzana, oggi ridente centro in provincia di La Spezia, ma, nel XIII secolo, zona paludosa e insalubre. Fu proprio l’amico Dante, divenuto, nel frattempo, Priore, a firmare, con le lacrime agli occhi, la sua condanna. In poche settimane, a causa dei miasmi mortiferi esalati dagli acquitrini sarzanesi, Guido contrasse la malaria. Tornò a Firenze giusto in tempo per morire, nelle case dei Cavalcanti, il 29 agosto. Fiero nel carattere e altero nell’aspetto, è il più “tragico” dei poeti stilnovisti. L’amore, spesso, gli provocava sbigottimento, lasciandolo dubbioso, destrutto e desfatto:

L’anima mia vilment’è sbigotita
de la battaglia ch’ell’ave dal core
che s’ella sente pur un poco Amore:
più presso a lui che non sòle, ella more.

(L’anima mia vilment’è sbigotita, vv. 1-4)

Forte e nova mia disaventura
m’ha desfatto nel core
ogni dolce penser, ch’i’ avea, d’amore.

(Forte e nova mia disavventura, vv. 1-3)

Allo steso modo, la sua donna pare non essere così celeste e luminosa come quelle esaltate dagli altri poeti, tanto che il suo valore è difficilmente conoscibile dall’uomo. Se Guido fosse stato un trovatore avrebbe accompagnato le sue canzoni con una musica malinconica e angosciosa:

Se Mercé fosse amica a’ miei desiri,
e l’movimento suo fosse dal core
di questa bella donna e’l su’ valore
mostrasse la vertute a’ mie’ martiri.

(Se Mercé fosse amica a’ miei disiri, vv. 1-4)

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La canzone Donna me prega, per ch’eo voglio dire, i cui versi sono di difficile comprensione perché volutamente astrusi, è lo specimen della sua poesia. In essa, filosofia, metafisica, psicologia, tristezza, guai, lamenti e spiriti,  introdotti nella sua lirica per spiegare il funzionamento dei sensi e dei sentimenti dell’uomo, mostrano la donna non come una guida che renda l’anima perfetta, quanto come creatura la cui bellezza costringa a meditare, ad almanaccare, a scervellarsi, ad elucubrare e a rimuginarvi. Però, rimuginandovi troppo a lungo, il povero Guido correva il rischio di andare fuori di testa.

Donna me prega, – per ch’eo voglio dire
d’un accidente – che sovente – è fero
ed è sì altero – ch’è chiamato amore:
sì chi lo nega – possa ’l ver sentire!
Ed a presente – conoscente – chero,
perch’io no spero – ch’om di basso core
a tal ragione porti canoscenza:
ché senza – natural dimostramento
non ho talento – di voler provare
là dove posa, e chi lo fa creare,
e qual sia sua vertute e sua potenza,
l’essenza – poi e ciascun suo movimento,
e ’l piacimento – che ’l fa dire amare,
e s’omo per veder lo pò mostrare.

(Donna me prega, – per ch’eo voglio dire, vv. 1-14)

Tra le sue composizioni più famose, infine, è la ballata Perch’i’non spero di tornar giammai. Il poeta, fuori dalla Toscana, chiese a questa sua ballatetta di raggiungere l’amata per dirle, tra pianti, sospiri e accidenti:

Questa vostra servente
viene per star con vui,
partita da colui
che fu servo d’Amore.

(Perch’i’ non spero di tornar giammai, vv. 33-36)

 

 

Il gelo del tradimento

Bocca degli Abati nella Commedia di Dante

 

 

 

Nelle pieghe oscure della storia fiorentina, tra intrighi e tradimenti, visse Bocca degli Abati, un uomo il cui nome è marchiato dall’infamia della sua stessa azione. Nato in una nobile famiglia ghibellina, si trovò nel crocevia delle lotte tra guelfi e ghibellini, un periodo in cui la fedeltà era moneta rara e l’opportunismo un’arte raffinata.
Era il 4 settembre del 1260 e le nuvole nere della battaglia di Montaperti si addensavano minacciose sopra le colline toscane. In quella funesta giornata, Bocca compì un atto che avrebbe scolpito il suo nome nella memoria collettiva quale sinonimo di traditore. Durante lo scontro decisivo, quando le sorti della guerra sembravano pendere a favore dei guelfi fiorentini, fu proprio lui a compiere l’atto che avrebbe cambiato il corso degli eventi. Alzò la sua mano, non per difendere, ma per tradire. Con un solo colpo recise quella di Jacopo de’ Pazzi, che teneva alto lo stendardo fiorentino, seminando il caos tra le file dei suoi compatrioti. Fu un atto di perfidia che consegnò la vittoria ai ghibellini senesi e segnò indelebilmente il destino di Firenze.
Dante Alighieri non poté ignorare tale atto di viltà e tradimento. Nella Divina Commedia, Bocca degli Abati trova la sua giusta collocazione nel nono cerchio dell’Inferno, tra i traditori della patria. Nel canto XXXII, immerso nel ghiaccio eterno della Antenora, Bocca è avvolto da un freddo tanto penetrante quanto il disgusto che le sue azioni ispirano. Dante, colmo di indignazione, lo riconosce e lo condanna con parole taglienti come lame di ghiaccio:

Io avea già i capelli in mano avvolti,
e tratti glien’avea più d’una ciocca,
latrando lui con li occhi in giù raccolti,
quando un altro gridò: “Che hai tu, Bocca?
non ti basta sonar con le mascelle,
se tu non latri? qual diavol ti tocca?”.
“Omai”, diss’io, “non vo’ che più favelle,
malvagio traditor; ch’a la tua onta
io porterò di te vere novelle”.

(Inf., XXXII, vv. 103-111)

Bocca, inchiodato nel suo freddo castigo, con la sola testa che viene fuori dalla superficie ghiacciata del lago Cocito, incarna la perenne condanna del traditore, privo di redenzione, immobile nell’eternità del suo peccato.
Bocca degli Abati, nella sua crudele semplicità, diventa simbolo del tradimento più vile, una figura che la storia e la letteratura non possono dimenticare. Il ghiaccio che lo avvolge è metafora del suo cuore gelido, incapace di fedeltà e di onore. Il suo ritratto, immerso nell’eterna condanna dantesca, ci ammonisce sui pericoli della slealtà e ci ricorda che le azioni compiute nella vita terrena riverberano nell’eternità.
E così, attraverso le parole di Dante, Bocca degli Abati diventa monito e memoria, una raffigurazione poetica di tradimento che attraversa i secoli, ricordandoci che l’onore e la fedeltà sono virtù che non possono essere tradite senza conseguenze.

 

 

 

America Latina: democrazia, populismo e criminalità

di Giorgio Malfatti di Monte Tretto

 

 

Recensione di Riccardo Piroddi

 

 

 

America Latina: democrazia, populismo e criminalità, di Giorgio Malfatti di Monte Tretto (Eurilink University Press, 2024), ambasciatore e docente universitario, presenta una panoramica esaustiva delle dinamiche politiche, sociali ed economiche dell’America Latina. Il libro si distingue per un’approfondita analisi storica e contemporanea della regione, ponendo l’accento su temi cruciali quali, appunto, la democrazia, il populismo e la criminalità.
Il volume è diviso in due parti principali: la prima si concentra sull’analisi generale dell’America Latina, mentre la seconda consegna una sintesi dettagliata dei singoli Paesi della regione.
L’Autore principia dalla composizione etnica dell’America Latina, evidenziando la complessità e la diversità delle sue popolazioni. Viene tracciata una linea temporale che parte dalle origini indigene, passando per la colonizzazione europea, fino ad arrivare all’attuale combinazione etnica variegata.
Sono poi descritti il passaggio dal colonialismo all’indipendenza, le guerre di indipendenza e le figure chiave come Simón Bolívar e José de San Martín. Viene altresì evidenziato come la transizione abbia lasciato in eredità strutture sociali ed economiche fragili e disuguaglianze persistenti, anche a causa del ruolo predominante dei militari nelle politiche post-indipendenza, un fenomeno che ha contribuito all’instabilità generalizzata e alla formazione di governi autoritari. Viene anche mostrata l’influenza della Chiesa Cattolica nella storia della regione, dalla colonizzazione fino ai tempi moderni, sottolineando il suo ruolo nel mantenimento dell’ordine sociale e nella politica. L’Autore dipinge un quadro dell’America Latina contemporanea discutendo le problematiche attuali, come la disuguaglianza, la corruzione e la violenza, e fornendo una panoramica delle principali organizzazioni criminali che operano nella regione, il loro impatto sulla società e l’economia e le strategie di contrasto adottate dai governi locali.
La seconda parte del libro, invece, si concentra sull’indagine approfondita dei singoli Paesi, con l’esame della loro storia, della politica, dell’economia e le specifiche sfide che ciascuno deve affrontare. Tra i Paesi trattati vi sono Messico, America Centrale (inclusi Honduras, Guatemala, El Salvador, Belize, Costa Rica, Nicaragua, e Panama), i Caraibi (Cuba, Haiti, Repubblica Dominicana, Giamaica, e i territori d’oltremare della Francia), Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù, Bolivia, Paraguay, Brasile, Argentina, Uruguay e Cile.
Il volume fornisce una dettagliata analisi storica e contemporanea dell’America Latina. L’Autore, infatti, collega gli eventi passati con le condizioni politiche, sociali ed economiche attuali, offrendo una prospettiva di lungo periodo sulle dinamiche che hanno plasmato l’America Latina.
Dovuta attenzione è data anche alle dinamiche politiche correnti, con un particolare focus sui temi della democrazia e del populismo. Malfatti analizza come questi fenomeni siano evoluti nel tempo, influenzando i sistemi di governo e la stabilità politica dei vari Paesi.
Scopo precipuo del libro è indagare il fenomeno del populismo in America Latina. L’Autore dimostra come questo sia emerso quale risposta alle disuguaglianze sociali e alle crisi economiche e come abbia condizionato la politica regionale. Vengono presentati i casi di vari leader populisti e i loro impatti sulle società latinoamericane.
Un altro obiettivo del volume è lo studio della criminalità organizzata nella regione. Vi è infatti esposta una panoramica delle principali organizzazioni criminali, i loro modus operandi e il loro impatto sulla stabilità sociale ed economica. Viene altresì analizzato il legame tra criminalità organizzata e politica e come questo influisca sullo sviluppo della regione.
Ampio risalto è dato anche all’analisi delle relazioni internazionali dell’America Latina, con un particolare focus sul rapporto con gli Stati Uniti e come questo abbia influenzato le dinamiche politiche ed economiche locali. L’Autore mostra pure il ruolo di altre potenze globali e le loro interazioni con i Paesi latinoamericani.
Anche le questioni socio-economiche che affliggono l’America Latina, come la povertà, le disuguaglianze sociali e la distribuzione del reddito, sono vagliate, in particolare, l’impatto delle politiche economiche neoliberiste e assistenzialiste e come queste abbiano influenzato il benessere delle popolazioni locali.
L’opera si distingue per il suo approccio esaustivo e critico, offrendo ai lettori una visione completa e informata delle problematiche storiche e contemporanee della regione. È un testo fondamentale per chiunque desideri comprendere le complesse dinamiche che caratterizzano l’America Latina perché, con la sua ricchezza di dettagli storici e analisi approfondite, consegna una visione completa e critica delle problematiche attuali della regione.

 

 

 

Matilde di Canossa

Regina senza corona, donna straordinaria
in un mondo dominato dagli uomini

 

 

 

Nel cuore dell’Italia medievale, un’epoca di castelli, cavalieri e guerre, ecco la breve storia di una delle figure più affascinanti del Medioevo: Matilde di Canossa, una donna che seppe imporsi in un mondo dominato dagli uomini.
Nata nel 1046, Matilde apparteneva a una delle famiglie più potenti del suo tempo. Era l’erede di vasti territori, che si estendevano dall’Emilia fino alla Toscana. Ma non era solo una ricca signora feudale: era una stratega, una diplomatica e una guerriera.
Le vicende di Matilde si concentrano su un evento particolare, che ha segnato la storia d’Europa: l’episodio di Canossa, nel 1077. Ma, prima, chi era davvero Matilde? Figlia del marchese Bonifacio di Canossa e di Beatrice di Lorena, crebbe in un ambiente di potere e politica, imparando l’arte della diplomazia fin da giovane. All’età di soli 9 anni, dopo l’assassinio del padre e la morte prematura del fratello maggiore, ereditò un vasto patrimonio. Da quel momento, sotto la guida della madre, iniziò a gestire i suoi possedimenti con astuzia e determinazione.
Nel 1076, l’Europa era scossa da una lotta di potere epocale tra il Papato e l’Impero. Da un lato, papa Gregorio VII cercava di affermare l’indipendenza della Chiesa dal potere secolare; dall’altro, l’imperatore Enrico IV era deciso a mantenere il controllo sui vescovi e le loro terre. Matilde, fervente sostenitrice della riforma gregoriana, si trovò nel mezzo di questa disputa.

Dopo essere stato scomunicato dal papa, Enrico IV era in una situazione disperata. Decise, quindi, di intraprendere un pellegrinaggio penitenziale per chiedere perdono al pontefice. Nel gennaio del 1077, giunse al castello di Canossa, residenza di Matilde, dove papa Gregorio VII aveva trovato rifugio. Era un inverno rigido e l’imperatore, con abiti da penitente e piedi nudi, attese tre giorni e tre notti fuori dal castello, nel freddo gelido, prima di essere ricevuto.
Finalmente, il 28 gennaio, Enrico fu ammesso alla presenza del papa e ottenne il perdono. Gregorio VII gli revocò la scomunica, permettendogli di rientrare in grazia della Chiesa. Questo evento, noto come l’umiliazione di Canossa, dimostrò il potere della Chiesa sulla politica europea e segnò un punto di svolta nelle relazioni tra impero e papato.
Matilde continuò a governare i suoi territori con saggezza e forza, sostenendo il papa nelle sue lotte contro l’impero e promuovendo la riforma della Chiesa. La sua capacità di navigare tra le complesse dinamiche politiche del suo tempo la rese una delle figure più importanti del Medioevo.
Matilde morì nel 1115, ma la sua leggenda vive ancora. La sua abilità nel combinare diplomazia e forza la rende, tuttora, un’icona di leadership e determinazione. Una vera e propria regina senza corona, che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia d’Italia e d’Europa.

 

 

 

Guglielmo il Maresciallo

Il mestiere del cavaliere

 

 

 

 

Guglielmo il Maresciallo, William The Marshal in inglese, nato nel 1147 e morto nel 1219, è senza dubbio una delle figure più illustri e affascinanti del Medioevo. Conosciuto come uno dei più grandi cavalieri della sua epoca, la sua vita e le sue imprese sono state raccontate in varie cronache e poemi che ne celebrano il coraggio, la lealtà e l’abilità militare.
Il XII secolo era un periodo di grandi cambiamenti e conflitti in Europa. L’Inghilterra, da poco uscita dalla conquista normanna, stava consolidando il proprio potere sotto i re Plantageneti. Sul continente, il Sacro Romano Impero, la Francia e altri regni combattevano per l’egemonia. La cavalleria costituiva l’istituzione cardine della società feudale, con i cavalieri che giocavano un ruolo cruciale nei conflitti e nella difesa dei domini feudali.
Guglielmo nacque in una famiglia nobile ma non particolarmente ricca. Suo padre John FitzGilbert the Marshal era un cavaliere di rango medio al servizio del re d’Inghilterra. Da giovane, Guglielmo fu mandato come paggio presso la corte di un signore francese, dove ricevette un’educazione cavalleresca che comprendeva l’arte della guerra, la gestione delle terre e i valori della cavalleria.
La sua carriera come cavaliere iniziò sul campo di battaglia. Partecipò a numerosi tornei, acquisendo fama per la sua abilità con le armi e la sua straordinaria forza fisica. La sua reputazione crebbe quando, durante una giostra, sconfisse uno dei più temibili cavalieri del tempo, diventando famoso in tutta Europa.


Nel corso della sua vita servì quattro re d’Inghilterra: Enrico II, Riccardo I, Giovanni Senza Terra ed Enrico III. La sua lealtà e abilità lo portarono a ricevere il titolo di “maresciallo” d’Inghilterra, una delle più alte cariche militari e giudiziarie del regno. Partecipò a numerose campagne militari, inclusa la famosa Terza crociata, al fianco di re Riccardo Cuor di Leone.
Tra le sue imprese più celebri vi sono la difesa del castello di Dover contro le forze francesi e la vittoria nella battaglia di Lincoln nel 1217, durante la prima guerra dei baroni. Queste azioni contribuirono a consolidare il potere dei Plantageneti in un periodo di grande instabilità politica.
Un altro episodio leggendario fu il suo duello contro Baldovino di Guisnes, in cui dimostrò non solo la sua abilità marziale, ma anche il suo senso dell’onore e della cavalleria, risparmiando la vita del suo avversario sconfitto.
Guglielmo è spesso ricordato come “l’ultimo cavaliere”, per il suo rigoroso rispetto dei codici cavallereschi in un’epoca in cui tali ideali stavano cominciando a declinare. Alla sua morte fu sepolto nell’abbazia di Reading, accanto ai re che aveva servito fedelmente.
L’eredità di Guglielmo il Maresciallo perdura attraverso le cronache medievali e i racconti che ne hanno immortalato le gesta. La sua vita è un esempio di lealtà, coraggio e abilità militare, caratteristiche che lo rendono una figura leggendaria nella storia medievale.
Guglielmo è un simbolo dell’ideale cavalleresco, la cui vita e imprese riflettono le complessità e le virtù della società feudale medievale. La sua dedizione alla giustizia, la sua straordinaria abilità in battaglia e la sua lealtà verso i sovrani che servì ne fanno un eroe senza tempo, la cui leggenda continua ad affascinare gli storici e gli appassionati del Medioevo.

 

 

 

L’ALTRA METÀ DEL CIELO

Storia della donna e della sua condizione
attraverso i secoli

 

 

di Carmela Puntillo

 

 

Questo mio scritto vuole esaminare la condizione della donna attraverso i secoli per vedere quali sono stati i criteri con i quali veniva considerata, quali le difficoltà riguardanti il suo affermarsi nella società, quali conquiste abbia fatto dal suo apparire sulla terra fino ad oggi. Partirò dall’antichità per arrivare, con una panoramica che tocca un po’ tutte le epoche, fino ai giorni nostri ed agli avvenimenti più recenti, scandagliando la situazione delle donne comuni e descrivendo la vita e le opere delle donne particolari e di successo, in un viaggio che mostra la loro tenacia e gli apprezzamenti ricevuti, ma anche il persistere di mentalità negative nei loro confronti. La varietà delle situazioni ci può mostrare come la donna abbia dovuto lottare accanitamente per riuscire ad esprimere una personalità che certamente ha avuto un’importanza fondamentale nella storia…

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Maria de’ Medici

Una donna italiana sul trono di Francia

 

 

 

Maria de’ Medici, sesta figlia di Francesco I de’ Medici (1541-1587), granduca di Toscana, e di Giovanna (1548-1578), arciduchessa d’Austria, figlia di Ferdinando I d’Asburgo, imperatore del Sacro Romano Impero, è stata una regina la cui grazia e saggezza splenderono come una luce dorata sui giorni tumultuosi del regno di Francia. Maria incantava chiunque posasse lo sguardo su di lei, i suoi occhi, come due laghi profondi, riflettevano le storie della Firenze rinascimentale, culla della cultura e dell’arte. Il suo spirito indomito era pari alla delicatezza delle rose che adornavano i giardini della sua infanzia. Cresciuta tra le meraviglie del Palazzo Pitti, Maria portava con sé l’eleganza delle corti italiane. Sposa del re Enrico IV, divenne la madre amorevole di un intero popolo, la sua voce un balsamo che leniva le inquietudini del regno.


Regina consorte e poi reggente di Luigi XIII, si distinse per la sua forza e determinazione, eredità di una famiglia che aveva modellato la storia italiana ed europea. Le sue mani, pur delicate, tenevano saldamente le redini del potere, guidando la Francia attraverso mari tempestosi con una sapienza che pareva provenire direttamente dagli antichi filosofi.
Nel suo cuore, un amore profondo per l’arte e la bellezza; fu mecenate di pittori, scultori e musicisti, contribuendo a rendere Parigi un faro culturale del suo tempo. Il suo nome risuona ancora nei corridoi del Louvre, dove le opere da lei commissionate raccontano di un’epoca in cui la grandezza si misurava in meraviglia e splendore.
E così, Maria de’ Medici rimane una figura incantatrice nella storia, una regina la cui luce non si è mai spenta ma continua a brillare attraverso i secoli, riflessa nei capolavori e nelle leggende che la celebrano. Una donna la cui vita è stata un arazzo ricamato con fili d’oro e di seta, ogni nodo e intreccio narrante la storia di un’anima nobile e indomita, regina non solo di Francia, ma anche di coloro i quali ancora oggi ne raccontano le gesta.

 

 

Eleonora d’Aquitania

Madre, musa e regina

 

 

 

Figura luminosa, donna di rara bellezza e di ancor più rara intelligenza, nata sotto i cieli azzurri della Francia meridionale, ha incarnato l’eleganza e la forza, una rosa in un mondo di spade e intrighi.
Eleonora, fiore d’Aquitania, la cui giovinezza fu nutrita dai versi dei trovatori, sorse e crebbe come un’aurora, illuminando le corti con il suo spirito ribelle e la sua mente acuta. Non solo una regina, ma una musa, ispiratrice di poeti e di guerrieri, il cui cuore batteva al ritmo delle antiche leggende e dei nuovi sogni di libertà.
Sposa di re e madre di sovrani, il suo destino la condusse dalle colline di Aquitania ai troni di Francia e d’Inghilterra. Moglie di Luigi VII, divenne regina di Francia, e, come una cometa, attraversò i cieli d’Europa, portando con sé una visione di cultura e raffinatezza. Ma il suo spirito indomito non poteva essere contenuto in un solo regno. Con il divorzio, trovò nuova luce nelle terre d’Inghilterra, accanto a Enrico II, divenendo regina e madre di uomini epici, Riccardo Cuor di Leone e Giovanni Senza Terra.


Eleonora, promotrice dell’amore cortese, protettrice dei trovatori e delle arti, riuniva attorno a sé corti brillanti, dove l’intelletto e il coraggio erano riveriti, dove le donne trovavano una voce e gli uomini un ideale.
Ma non fu solo nella lì che ella brillò. Anche nelle ombre della prigionia, trovò la forza della resistenza e, nei momenti più oscuri, la sua determinazione non vacillò mai. Quando le catene avrebbero potuto spezzare il suo spirito, rimase un faro di speranza e di tenacia.
Eleonora d’Aquitania, la cui vita fu un arazzo di passione, potere e poesia, insegna a noi cittadini del XXI secolo che la vera regalità risiede nel cuore e nella mente e che una donna può essere tanto guerriera quanto saggia, madre e musa, regina e anima libera.
In un mondo dominato dagli uomini, Eleonora divenne leggenda, il suo nome sussurrato nei corridoi del tempo, un’eco di ciò che una donna può essere quando si lascia guidare dal fuoco interiore e dall’inesauribile sete di libertà e giustizia.